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Ci piace pensare al 25 aprile come un giorno di domande, più che di risposte, e di memoria, più che di commemorazioni pronte per ogni occasione. E di riflessione, anche, umile e onesta, su quei valori che troppo spesso diamo per scontati o, peggio, oltraggiamo con l’ignoranza e con l’indifferenza nei confronti di quel che è stato e che potrebbe ancora essere, dell’uomo e di quel che è capace l’uomo, nel bene come nel male. Il prezzo del potere e quello della libertà, nella loro tragica partita; il significato di dover uccidere un uomo e di alzarsi, la mattina, come se potesse essere l’ultima, sempre. La sospensione di ogni ordine, il rifiuto di ogni compromesso, la scelta e il senso del dovere, la ricerca di un senso individuale e collettivo.

La tragicità è l’aspetto a cui vorremmo dedicare un pensiero per celebrare, a modo nostro, questa giornata. Tragicità nel senso originario e pieno del termine: l’ineluttabilità del destino abbracciato con la propria scelta e l’ineluttabilità della scelta stessa, in un momento in cui diventa essenziale prendere una posizione e agire; l’assunzione in sé delle più laceranti contraddizioni, la consapevolezza dell’inevitabilità delle azioni che si commetteranno o di quelle che si subiranno e le loro ineludibili conseguenze. La coscienza dell’ambiguità di tutto e della necessità di sporcarsi le mani, perché la libertà e la pace non si ottengono aspettando che il destino giochi la sua partita senza chiamarci in causa. Senza il peso della tragedia, senza coscienza né rispetto della tragedia, è difficile poter sentire e apprezzare il significato della Liberazione.

Ed è per la tragicità scevra di ogni retorica e per la loro intensità che riportiamo qui di seguito alcuni brani dal Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di Dante Isella, Einaudi), augurando a voi tutti un buon 25 aprile…

“Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto”.
(p. 52)

“Ma ricordati che senza morti, i loro ed i nostri, nulla avrebbe senso”.
(p. 122)

“Si voltò e si calò nel rittano, rabbrividendo al suo freddo buio ed acquatile, evitava le chiazze di neve e le pozze dell’acqua di sgelo, scostava le rame imminenti, il passo e la mente polarizzati su Murazzano. Non era importante l’ora in cui arrivarci. Stava facendo l’abitudine al doporischio-mortale, non avvertiva più, come sempre prima, quell’onda corsa elettrica, lunghissima, nella sua spina dorsale. E poteva pensare al Biondo in termini di perfetta, quieta naturalezza. – Era la sua fine. Prima o poi –. E allora la constatazione si riversò su di lui, gli si adattò come un anello d’acciaio. – Anche per me, sarà la mia fine. Altrimenti, che debbo pensare di me? È solo una questione di date”.
(p. 138)

“[…] – Ora ridiamo. Ridiamo troppo. Ma verrà fatalmente il momento che piangeremo. Se no è troppo facile, innaturalmente, astoricamente facile. Poi naturalmente tornerà il momento che rideremo, il grande ultimo riso. Ma io sarà di quelli che attraverseranno il grande pianto per approdare al grande riso?”.
(p. 199)

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