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Dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Occidente non ha mai cessato di essere in guerra, spostando e frammentando semplicemente il suo campo di battaglia in scenari più lontani e complessi (il Vietnam, le guerre del Golfo, l’Afghanistan, di recente la Libia) o spingendo il conflitto su fronti invisibili (la guerra fredda, l’imperialismo e, ora, l’egemonia della finanza su economia e politica, con l’emergere di nuove questioni geo-politiche). I vecchi conflitti fra singole nazioni o alleanze hanno lasciato spazio a una guerra sovrannazionale, che si dichiara e si porta avanti al di sopra degli stessi Stati sovrani. Una delle guerre che stiamo vivendo in questo momento, di portata globale, è, a nostro avviso, quella mossa da un mercato tracotante che, sottraendosi con virulenza a qualsiasi regola gli venga imposta, pretende di scrollarsi, insieme alle catene che ne frenavano l’impeto omicida, anche tutte le sovranità nazionali, a cui da mesi, se non di più, ha cominciato a dichiarare più scopertamente guerra.

È il mercato finanziario a decidere quale capo di stato arabo vada bene e fino a che punto vada bene ed è conveniente armarlo e sostenerlo e da che punto in poi, invece, si può concedere alla sua popolazione di farlo fuori, magari con una spintarella, con un incoraggiamento negato in anni di indifferenza e di opportunismo. Tutto nel giro di poche settimane, senza preoccuparsi di ciò che avverrà in seguito, se non degli aspetti più squisitamente economici; ribaltamenti disorientanti nella piena applicazione della legge del Gattopardo: bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale. Si sposta con violenza il baricentro affinché si possa mantenere l’equilibrio. È il mercato finanziario a decidere se è conveniente o meno ‘esportare la democrazia’ in un paese che attraversa grandi tensioni, endogene o strategicamente esogene. Ed è sempre il mercato a stabilire i limiti di credibilità di un pagliaccio incredibilmente longevo al potere e a chiudere un occhio di fronte ai suoi conflitti di interesse e al monopolio dell’informazione, anche quando questi danneggiano un paese della tanto progredita Unione Europea. È ancora il mercato, freddo, sfrenato, razionale, a decidere della ‘virtuosità’ di un paese in base al suo bilancio e alla rendita dei titoli di stato (virtù: forse il termine più degradato in questi nostri tempi di fretta e barbarie); è il mercato a imporre ultimatum e punizioni. E a colpi di ultimatum (proclamati dagli sciacalli delle agenzie di rating, che maledicono le nazioni ‘infette’ evocando contro di loro lo spettro del fallimento) e di punizioni, lasciate attuare da governi di ragionieri, va consumandosi un’invasione planetaria da parte di potenze invisibili e, apparentemente, inattaccabili, che vorrebbero imporre la propria visione della vita e la propria scala di valori e di priorità a tutto il mondo. È chiaro, però, che non conviene spolpare la bestia troppo in fretta, che occorre, anzi, fare un investimento sulla sua agonia per assicurarsi rendite a lungo termine e magari anche la sua anima, in svendita insieme ai beni pubblici. Ecco allora che gli sciacalli somministrano il proprio antidoto, garanzia di indebitamenti coatti attraverso i quali le potenze finanziarie stanno attuando una delle più ambiziose opere di colonizzazione mai concepite: sottrarre a poco a poco, cavalcando lo spauracchio della crisi e della globalizzazione, pezzi di sovranità nazionale e popolare, beni e servizi pubblici, risorse naturali (energie rinnovabili e non) e umane, queste ultime fiaccate strategicamente per costringerle ad accettare qualsiasi compromesso e ricatto, all’insegna della terzomondizzazione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori (si pensi alla Grecia, o ai referendum imposti dalla Fiat insieme alla discriminazione degli iscritti alla Fiom).

In presenza della classe dirigente più misera e grigia che l’Europa abbia avuto dal dopoguerra, quest’opera di colonizzazione, anche se speriamo di sbagliarci, sembra aver preso un’accelerata tale da farci intravedere, forse, la vera ‘apocalisse’ degli appassionati del 2012: la fine delle democrazie occidentali così come ci eravamo abituati a conoscerle (fino a darle colpevolmente per scontate), coi loro pregi e coi loro difetti, con il loro immenso potenziale di sviluppo e miglioramento. Dopotutto, se siamo arrivati a questo punto, è forse perché ce lo siamo meritato, tutti. Noi cittadini, ad aver dato tanti diritti e altrettanti principi per acquisiti e inviolabili, lasciandoci sedurre a cederne piccoli pezzi dietro a promesse di guadagno facile e di gaudente spensieratezza (cioè la riduzione della nostra libertà di scelta ed espressione alla sfera dei consumi). E la classe dirigente, indegna del proprio compito, lontana anni luce dalla realtà che dovrebbe interpretare e rappresentare; una classe dirigente fiacca, impreparata, anemica, opportunista e disumanizzata, trasformatasi ormai in ancella ossequiosa delle banche e dei giocatori d’azzardo della Borsa.

Ma, per tornare al punto di partenza, se questo è lo scenario di ‘guerra’ in cui siamo precipitati, e se si gioca principalmente in campo finanziario, economico e politico, quali potrebbero essere nella situazione attuale le armi in pugno dei cittadini per opporre una propria resistenza all’occupazione e alla violenza nelle sue tante, sofisticate forme e per difendere, sempre che ce ne si reputi degni e in grado di gestirla proficuamente, una parvenza di democrazia?

Per provare a capirlo, e per dare spazio a voci diverse, ci proponiamo di discuterne nelle prossime settimane con persone specializzande/specializzate/esperte nei diversi ambiti ricollegabili a questo tema (economia, scienze politiche, mondo del lavoro ecc.). Se interessati a contribuire in base alle vostre competenze e/o esperienze, non esitate a contattarci per saperne di più!

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)

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