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«Il posto fisso è monotono»
Mario Monti

«Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare […] Questo vorrebbe dire fare promesse facili, dare illusioni»
Elsa Fornero

«Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà»
Anna Maria Cancellieri

Locandina del film Il giovedì di Dino Risi, 1963, con Walter Chiari

foto presa dal web

A vedere un film come Il giovedì (D. Risi, 1963; e altri coevi) ci si accorge di quanto l’Italia  sia caduta in basso più che tornata indietro. Su questo film si possono fare tante riflessioni; mi piacerebbe proporne una, forse non la prima né la più importante, che ispira questa piccola perla del nostro grande cinema. Se nel 1963 il quarantenne Nino, che scappa dalla stabilità e dalla fissità (sul lavoro e in famiglia) e preferisce rincorrere improbabili occasioni di ricchezza immediata, facendosi nel frattempo mantenere dalla compagna col posto fisso e passando di quando in quando a battere cassa e a scroccare telefonate dalla madre (sempre indulgente col suo bambinone), era una figura eccentrica, impegnata a non far finire i suoi sogni di Peter Pan, oggi si moltiplicano i Nino non per scelta o vocazione ma per obbligo, adulti più o meno giovani costretti a prolungare un’infanzia fatta di paghette e di sogni di soldi facili. E così ci scopriamo ad ascoltare con invidia Elsa, la compagna di Nino che prende 180.000 lire al mese, dire alla sua squattrinata metà che in ufficio c’è un posto anche per lui: 65.000 lire al mese «per cominciare, una volta che ti sei fatto conoscere ti daranno un aumento». Nino in un primo momento rifiuta in nome della sua libertà, mentre se offrissero oggi a noi una cosa del genere, ci sembrerebbe che ci stiano offrendo la Luna: un posto fisso dove col tempo lo stipendio aumenta a noi che siamo abituati a essere precari con paghe da fame e che col tempo, al massimo, veniamo sbattuti fuori?! Le vicende di una giornata fuori dall’ordinario porteranno alla fine anche Nino ad accettare l’offerta d’impiego e a tornarsene dall’Isola che non c’è in una scena di metaforico ingresso nell’età adulta di rara bellezza.

E a noi, che magari scalpitiamo per farlo, quando sarà dato di salire le scale dando fondo alle castagnole? Anni di precariato ci hanno reso forse un po’ fantozziani, vediamo il miraggio del posto fisso, magari in ufficio, come una prospettiva faraonica. Intendiamoci, guardiamo comunque con tanta simpatia questo guascone dalla battuta pronta che non si decide a mettere la testa a posto; ma se un tempo se ne sorrideva consapevoli della numerose occasioni, coglibili o meno, che permettevano di conseguire quella sicurezza che fa rima con indipendenza, oggi il riso è quello amaro dei tanti colleghi per forza di Nino, che non hanno neppure la stoffa del velleitario e che vedono intorno a sé una realtà spietata, che non prevede un posto per loro che non sia quello dello schiavo del terzo millennio, ricattabile, con la vita scandita da entità esterne che se ne fregano di orologi biologici, scelte, sogni, desideri, aspirazioni e ambizioni. Le grandi organizzazioni che sovrastano l’individuo, dai governi nazionali alle istituzioni europee agli organi internazionali, continuano a nascondersi dietro il paravento della flessibilità, un paravento che tanfa da lontano, che puzza di ricatto, di autonomia frustrata, di clientelismo.

Vox clamantis in deserto
(il Bacino di Decantazione)

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