Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

Che tempo che fa, insieme a programmi come Le storie, diario italiano o al Punto alle 20.00 di Rai News, è rimasta una delle poche occasioni per assistere nella televisione in chiaro a discorsi di un certo interesse e serietà, talvolta anche molto densi e profondi, su una varietà di temi diversi, con ospiti che si rivolgano anche a un pubblico di età intellettuale superiore ai 12 anni e con una considerazione di sé non così infima da lasciarsi deteriorare di fronte alle forme più squallide, volgari e fruste di intrattenimento a cui vorrebbero farci abituare (ivi compresi alcuni TG incentrati sulla cronaca in tutti i suoi colori e la compagine dei dibattiti da prima serata abbassatisi sempre di più al livello di una fantapolitica onanistica e sterile, dell’eterna partitella fra rossi e neri, del salotto pettegolante di qualche madama intrallazzona – ogni riferimento a fatti e persone esistenti è assolutamente intenzionale). Non sarà quindi un caso che il nuovo capo del governo, reduce dalla tappa obbligata di Porta a porta, abbia accettato di partecipare in veste di ospite al programma di Fabio Fazio (puntata del 8/1/12), appuntamento annunciato non senza un’orgogliosa, seppur legittima, insistenza e atteso un po’ da tutti per conoscere più da vicino, o per illudersi di farlo, questo nuovo comandante della “nave-Italia” (come la chiama lui stesso). Soprattutto, per intuire qualcosa in più di ciò che ci aspetterà nell’immediato futuro; per carpire opinioni, posizione e ricette di questo professore verso cui non sappiamo ancora bene se provare simpatia e gratitudine; per leggergli in viso e fra le righe i timori, l’ansia, le speranze, gli spiragli, l’onestà o le nuove menzogne. Per avere delle impressioni di prima mano con le quali costruirsi un pugno di idee che orientino il nostro pensiero nei prossimi mesi. Per lasciarci persuadere o deludere; magari per rafforzarci nella nostra diffidenza.

Eppure, a scapito delle attese, la strombazzata ospitata di Mario Monti da Fabio Fazio mi è sembrata risolversi nell’ennesimo nebuloso e sibillino fiume di parole da cui si può dedurre tutto e niente, a seconda di che cosa faccia meglio all’anima per tirare avanti. Un po’ sarà anche colpa del conduttore, a cui vanno riconosciuti il pregio di formule televisive sempre azzeccate e il merito di lasciare ampio a spazio a personalità del mondo della cultura che difficilmente troverebbero altre opportunità di parlare in televisione a un pubblico così vasto.  Come intervistatore, però, Fazio non pare sempre all’altezza dell’occasione: spesso le domande mancano di sale quanto abbondano di una patina di dolciastro buonismo; i timidi tentativi di provocazione si pentono e fanno marcia indietro nella loro stessa articolazione, abortiti solitamente in una sorridente frasetta di autocommiserazione; le domande più pungenti e i momenti di sano disaccordo sono metodicamente stemperati in freddure da prete pronte per l’uso, innescate dal collaudato marchingegno di decongestionamento faziano, con l’unico risultato di disperdere la concentrazione del pubblico e di far perdere di intensità il discorso.  Così mi è parso sia andata anche l’attesissima intervista di domenica. Deboli i tentativi del conduttore di sollevare obiezioni, anche quando opportune, se non doverose (sulla compassione di Monti, tanto per citare un esempio, per una classe politica eccessivamente “mal trattata” – ! – dall’opinione pubblica). Fin troppo innocuo, Fazio stuzzica la superiorità anglosassone del buon nonno-Monti, che non manca di dargli lezioni di umorismo inglese in quello che sembra un tentativo di indagare le abilità logiche e la resistenza nervosa del mansueto intervistatore, a cui vengono posti sterili e fastidiosi trabocchetti come contrattacco ad alcune sue domande (uno su tutti, quello su Christine Lagarde che giudica improbabile il fallimento dell’euro nel 2012, con giustificazione velatamente autobiografica di Monti che difende l’ambiguo aggettivo, di discrezione e sobrietà anglosassone, tanto per sottolineare qual è ormai il modello sociale ed economico a cui inchinarci, al posto di affermazioni più nette, in bene o in male). Inefficace anche il tentativo di affondo sul tema RAI (nonostante gli spunti emersi anche la sera precedente durante l’intervista a Michele Santoro), a cui fa eco una risposta evasiva nella sua decisione, da cui non traspare non solo un progetto chiaro (e questo è legittimo, dato che la questione va discussa e le urgenze, fino a questo momento, sono state altre), ma nemmeno un’opinione personale in proposito, un indirizzo di pensiero che possa farci temere il peggio o sperare in una risalita. E a suon di risposte e considerazioni piuttosto vaghe, si ha l’impressione per tutta l’intervista di sentire ripetere il già detto, il già noto, senza nulla di più. Da spettatrice e da cittadina, mi sarei aspettata domande più dirette e pungenti e una maggior insistenza sui temi dell’equità, del futuro dello stato sociale, di possibili modelli di sviluppo economico, dell’opportunità di ridurre ulteriormente i costi dell’apparato politico, dell’urgenza di investire in determinati settori per limitare i disagi e le iniquità e arginare così il rischio di tensioni sociali ecc.

Ma veniamo alle riserve sul vero protagonista della puntata. Certo, il nuovo primo ministro è apprezzabile già soltanto per il fatto di aver accettato un’intervista in uno dei programmi più seguiti dal grande pubblico, mettendosi in gioco ed esponendosi, in un certo senso, al giudizio dei cittadini-spettatori. Tutto questo ci appare ancora più lodevole, se confrontato col rifiuto del capo-banda del precedente governucolo a partecipare a contraddittori televisivi o a sottoporsi a interviste le cui domande non fossero preventivamente concordate, tanto meglio se poste da uno dei suoi tanti cortigiani leccapiedi. Insomma, esclusi quei ridicoli videomessaggi alla Bin Laden che uscivano di tanto in tanto sui nostri schermi per rassicurare i poveri elettori, il palazzinaro di Arcore non ha mai sentito il dovere di confrontarsi seriamente con l’opinione pubblica (si pensi anche alla sua scarsa presenza nello stesso Parlamento). Senza dubbio fa una certa impressione, dopo anni di cattivo gusto, ruffianerie da quattro soldi e gestacci tristemente memorabili, sentire parlare un uomo di potere che sia anche sobrio (divenuto ormai un epiteto), pacato e rispettoso nel modo di esprimersi, perfino competente in ciò di cui parla (!). Apprezzabile anche la tenuta a freno dell’anglolalia galoppante che caratterizza gran parte dei discorsi dei tecnocrati, o dei politici che oggigiorno vogliono ammantarsi di padronanza nel settore. Colpisce anche la schiettezza di Monti, che avverte fin da subito di non poter dare, alla maggior parte delle domande, che risposte evasive, al contrario dei professionisti della politica degenerata, prodighi di risposte e promesse compiacenti per ogni occasione. Il professore, però, rischia di suonare simile a quegli stessi politici quando eccede in senso opposto, e cioè con una generale evasività che sembra voler trovare nel suo annuncio la giustificazione a ripetersi in più occasioni, lasciando opaca buona parte dei programmi e delle idee per il futuro prossimo. Un’altra cosa che suscita in me un’impressione favorevole, è la disponibilità di Monti a dedicare il giusto tempo a spiegare, anche negli aspetti più tecnici, determinati meccanismi del mondo della finanza e dell’economia, senza l’antipatica presunzione che un discorso serio e privo di intercalari buffoneschi o di accessi passionari di seduzione ideologica non sia abbastanza coinvolgente per il pubblico-eterno fanciullino, ritenuto troppo spesso incapace di seguire una discussione impegnativa e di farsi autonomamente un’opinione.

Tuttavia, nonostante queste impressioni generalmente positive, ci sono punti dell’intervista di domenica sera che non mi convincono. In particolare, sono due le affermazioni che hanno incontrato la mia perplessità e che vorrei discutere qui per chiudere questo mio personalissimo e parziale commento. La prima riguarda la ricchezza. Dopo aver parlato della visita a sorpresa della Guardia di Finanza a Cortina, ribadendo giustamente la fermezza del nuovo governo nella lotta all’evasione fiscale, Monti ha parlato di una valorizzazione del concetto di ricchezza, contro il sospetto di una sua demonizzazione e persecuzione. Giustissimo: ad essere condannata non deve essere la ricchezza in sé (sebbene qualche ripensamento sulla distribuzione della stessa nella società odierna e sui conflitti di interessi vada fatta), ma la disonestà nella produzione, gestione e dichiarazione di tale ricchezza. Condivisibile anche in seguito, quando si auspica una ricchezza che sia il risultato “di un merito, di uno sforzo produttivo, di un talento” e non una rendita che si regga sulle “spalle degli altri”, dei più deboli. A preoccuparmi, però, è la promozione della ricchezza a valore in sé che “nella vita italiana, deve penetrare di più, come capita nelle società anglosassoni”, in cui i ricchi restituiscono alla collettività parte delle propria fortuna non soltanto pagando i contributi, ma anche attraverso “iniziative filantropiche e culturali”; la ricchezza come motivo di orgoglio anche per gli italiani, dunque, come è costume nelle società dominate da un’etica calvinista, in cui il lavoro e il mercato vengono vissuti con vocazione quasi religiosa in nome del profitto e il benessere economico diventa lo scopo principale di una vita e il segno di una predestinazione alla salvezza, da cui chi non gode degli stessi successi dovrebbe essere escluso, dis-graziato, in quanto fallito (a proposito di questo, si veda tra gli altri  L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber). Ma non è proprio a causa di questa mentalità spinta agli estremi che ci troviamo a dover pagare una crisi finanziaria globale, provocata dalle banche e da tutti quei potenti, magari predestinati alla salvezza, che hanno officiato troppo al culto di  Dio denaro?  Il giudizio di valore di una persona non può basarsi sul suo successo economico, così come quest’ultimo non può costituire il fine supremo dell’esistenza, condizionandone scelte e idee. Inoltre, se è vero che un po’ di sana competizione può favorire la meritocrazia e migliorare la qualità del lavoro, farne una divinità protettrice della concorrenza più sfrenata renderebbe la vita nella società democratica una gara continua, fatta di vittorie, magari, ma anche di frustrazione e di amarezza, oltre a nasconderci sotto il velo dell’ambizione fine a se stessa aspetti assai più interessanti e gratificanti, anche se meno tangibili, dell’esistenza. E se un’ambizione trascendentale può rendere la vita un inferno agli assetati di potere, nemmeno la gente comune, in un sistema così concepito, se la passerebbero tanto meglio, anzi. Guardiamo agli U.S.A. e alla qualità della vita dei cittadini comuni, che non siano alti dirigenti, miliardari, banchieri, petrolieri e compagnia bella: ci sembra davvero una situazione tanto invidiabile? Certo, con poveracci che vivono in quartieri ad altissimo tasso di criminalità, in cui chi non può permettersi scuole e sanità privata è destinato allo squallore di un servizio pubblico carente, capisco anche che i ricchi più sensibili (i predestinatissimi?) si sentano in dovere di investire in opere di carità, tanto per garantirsi ancora qualche centimetro quadrato in più in Paradiso e dire: “è vero, noi 1% del mondo deteniamo il 99% della ricchezza, ma ne devolviamo il 50% per voi, poveri pezzenti, affinché possiate assaggiare un po’ di civiltà”. Il pericolo di tale visione, secondo me, sta proprio nel fatto che questa forma di carità (che può essere anche sinceramente filantropica e portata avanti con le più oneste intenzioni, ma che non deve giustificare l’accumulo di ricchezze e di potere nelle mani dei membri di un élite) potrebbe un giorno sostituirsi al servizio pubblico e occupare gli spazi che via via le amministrazioni pubbliche, rinunciando allo stato sociale, lasceranno scoperti. Tale situazione, a mio avviso, esporrebbe al rischio concreto di nuovi rapporti clientelari, all’accentramento del potere nelle mani di alcune famiglie capaci di ingraziarsi l’opinione pubblica (un investimento sicuro per il futuro), alla cortigianeria e a forme più o meno evidenti di ricatto, in quanto ciò che dovrebbe essere un diritto diventerebbe una concessione, un dono, la cui fruizione dipende dalla buona volontà di qualcun altro che dispone di mezzi su cui noi non possiamo contare. Credo che in ogni paese e in ogni cultura ci siano usi, costumi e regole validi da cui trarre spunto, ma l’idea di appiattirci sul modello anglosassone per quanto riguarda il rapporto fra quantità del profitto e qualità della vita mi inquieta non poco. In fondo, prima di lasciarsi travolgere dal turbine dell’accumulo, converrebbe chiedersi se viviamo per lavorare (e per ammonticchiare tanto profitto da rimanerne sepolti) o se lavoriamo (e guadagniamo) per vivere. Mi si conceda un’ultima osservazione in merito: la ricchezza meritata col proprio sudore e col proprio talento, sostenuta e incoraggiata da Monti, non è in contraddizione con quella accumulata dai gruppi finanziari che speculano su tutto e tutti, dimostrando un attaccamento patologico al profitto e causando danni che non saranno loro a pagare ma il 99% dei poveri dis-graziati?

Il secondo punto su cui voglio soffermarmi riguarda l’indulgenza, a mio avviso scandalosa, con cui il primo ministro si è espresso nei confronti della classe politica nostrana. Non mi sarei aspettata, l’altra sera, di sentire Monti prendere le difese dei nostri politici, per i quali ha detto di provare pena (a meno che non fosse ironico, ma di un’ironia tanto sottile da risultare impercettibile) a causa del “momento difficile” che stanno passando e di come siano stati “trattati male dall’opinione pubblica”. E proprio all’opinione pubblica, Monti indirizza l’invito a riflettere sulle proprie responsabilità, prima di attaccare la classe politica. Certo, l’autocritica è salutare e necessaria da tutte le parti, cittadini compresi, ma come poter anche solo pensare di dire, dopo tutte le offese, i crimini, le menzogne, le ruberie, la totale mancanza di serietà tollerate negli ultimi anni, di avere compassione per questi soggetti? Com’è possibile che loro, ancora attaccati alle proprie poltrone, si ritrovino ad essere le vittime e noi i carnefici? Forse, però, Monti non ha tutti i torti. L’opinione pubblica dovrebbe davvero riflettere sulle sue colpe prima di attaccare politici e soci. Già, a cominciare dalla colpa di aver tollerato troppo a lungo che il nostro Parlamento fosse declassato a studio legale privato per sfornare leggi ad personam a beneficio di quello stesso personaggio che ha negato la crisi per anni, portandoci allegramente sull’orlo del collasso e coprendosi, e coprendoci nostro malgrado, di ridicolo sulla scena nazionale e internazionale. E poi la colpa di non essere mai riusciti ad articolare il dissenso e la stanchezza in un’azione coerente, intelligente e comune, disperdendo invece idee ed energie al vento (si è affrontato l’argomento anche su queste pagine). Soprattutto, la colpa di aver creduto alle menzogne, di aver dato ripetutamente fiducia a chi non sa nemmeno che cosa significhi fare politica e lavorare per il bene comune. La colpa, in fondo, di chiudere gli occhi e di restare sempre in attesa di un predestinato, di un unto, di un eroe che scenda da chissà quale pianeta nel fangoso campo della politica per sistemare tutti i nostri problemi e renderci più felici. Uno, insomma, che ci pensa lui e che a noi ci lascia in pace. E magari con la grazia di avere tanti soldi in saccoccia!

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)

Annunci