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Questo intervento non è una recensione: non ne ha la compiutezza, il rigore, l’esaustività, la profondità, i requisiti (no, quelle misture di cattiverie a buon mercato e chiacchiere da retrobottega che sovente leggiamo sui giornali nella rubrica recensioni non sono recensioni; no, neanche quegli incensamenti tributati a ineffabili geni, tanto più incomprensibili/incompresi quanto più geniali). Si tratta soltanto di alcune considerazioni a caldo (ad uno stadio iniziale di sviluppo, quindi, senz’altro perfettibili e di certo integrabili, e raggruppate in grandi quadri eterogenei) sull’ultima pellicola diretta da Clint Eastwood, J. Edgar, che mette in scena il percorso mitopoietico di J. Edgar Hoover, capo del FBI dal 1924 al 1972, impegnato a tracciare la propria biografia. Veniamo alle considerazioni (mirando all’obiettività: a noi del Bacino di Decantazione il buon vecchio Clint piace assai! ;)): 

Locandina del nuovo film di Clint Eastwood "J. Edgar" con Leonardo DiCaprio

foto presa dal web

• Il film è obiettivamente di buona fattura, la ricostruzione dell’America tra gli anni Venti e i primissimi Settanta credibile e accurata (apprezzabile il ricorso a immagini di repertorio, materiale d’archivio e vecchi film). L’interpretazione degli attori si attesta su un buon livello: Judi Dench delinea con pochi tratti un personaggio di spessore ed è un’azzeccatissima madre per Leonardo DiCaprio (qui nel ruolo del protagonista) che giganteggia ed è ormai una delle poche sicurezze hollywoodiane, capace di reggere sulle spalle l’intera esistenza di personaggi complessi (durante il film capita a più riprese di pensare a The Aviator) e di ricoprirsi del loro reticolato di crepe; anche gli altri attori, più o meno noti, appaiono all’altezza del compito, sarà che il buon Clint ha la mano felice nella scelta degli interpreti e sembra uno dei pochi registi su piazza che abbia ancora voglia di spremere la materia prima per trarne il miglior distillato (pensate all’efficacia di un’Angelina Jolie vestita e disarmata in Changeling). Le uniche pecche si riscontrano nell’invecchiamento dei personaggi, materialmente meno riuscito che in altre pellicole e che a volte ha un retrogusto fasullo nel trucco e nei movimenti dei personaggi (un esempio per tutti: il non sempre credibile vecchio Clyde Tolson, interpretato da Armie Hammer, a suo agio, invece, nella rievocazione del passato, classico ragazzone americano dei bei tempi andati). Potente ed efficace è la resa delle istituzioni americane, dagli uffici della Casa Bianca alle affollatissime feste per l’elezione di un nuovo presidente.

• Insistito e molto critico è il messaggio forse più evidente che collega il passato ritratto dal film con l’attualità: l’insistenza quasi martellante sul tema della sicurezza dello Stato, dogma che giustifica abusi di potere, messa a repentaglio di vite innocenti, razzismo, ricatti, schedature, violazione dell’intimità personale etc., dipinge con pari efficacia il volto oscuro dell’America di ieri e di oggi. E J. Edgar diventa un nuovo capitolo della sofferta e personale riflessione del regista sulla storia e sull’operato del proprio paese, di cui offre ritratti sempre meno monolitici. Nel film, individuo e Stato si dividono la scena, due realtà che nella vita di J. Edgar si condizionano reciprocamente, ed è interessante vedere come Eastwood lasci alcuni episodi e alcune personalità della Storia sullo sfondo, senza prendere una posizione e senza rimestare nel limaccioso stagno del complotto. Un pregio di J. Edgar (e di tanta parte del cinema di Eastwood) è senz’altro proprio quello di non dare risposte, di lasciare lo spettatore in preda al dubbio e alla voglia di saperne di più per farsi una propria idea di avvenimenti, personaggi, corsi e ricorsi storici. In un’epoca in cui sta avendo la meglio la logica della risposta facile, del finale chiuso, delle tessere del mosaico che tornano regolarmente a posto, di assillanti, artificiose sequenze di causa ed effetto – logica di matrice soprattutto americana –, è confortante vedere il dubbio riprendersi la scena e non essere ammaestrati su come dobbiamo considerare questo o quell’evento, questo o quel personaggio, ed è un piacere notare come Eastwood abbia ormai fatto propria l’idea più europea del dubbio quale caratteristica della ragione, specialmente ora che un certo modo di essere europei sta tramontando nella lunga notte globale.

Sensibilissimo il ritratto sfumato del legame che unisce J. Edgar a Clyde Tolson, direttore associato del FBI: in un’epoca in cui, o a parole o – a momenti – tramite telecamere endoscopiche, il cinema (e la televisione, ahinoi ormai dettatrice di modi e gusti anche alla settima arte) deve mostrare tutto, specie per una rosa di argomenti ghiotti tra cui rientra senz’altro l’omosessualità, vedere il pacato, delicato e rispettoso ritratto che Eastwood offre del rapporto tra i due uomini fa bene all’anima. Nessuna insistenza su pettegoli particolari, nessuna checcheria stereotipata a buon mercato, soltanto il tratteggio con poche, felici pennellate di quello che, più che un rapporto omosessuale (etichetta veloce che placa l’ansia di determinazione odierna), è l’incontro di due anime consonanti. La mano di Clint Eastwood è sicura e misurata e pesca anche nel repertorio di scene e stilemi di quando una certa censura e il codice Hays erano abilmente aggirati dall’ingegno dei registi, che anzi sembravano trovare un vivace stimolo nella sfida censoria (oggi le forme di censura – seppur mutate – permangono, i colpi di ingegno latitano 🙄 ): senza scendere nei particolari, si va dalla sartoria alla danza, dalla commensalità alla lotta, dai giochi di sguardi alle cose dette tramite parole altrui (si pensi alla lettera – per certi versi galeotta – di Lorena Hickok a Eleanor Roosevelt) e così via.

• Arditi i passaggi temporali dall’attualità del film al ricordo. Taluni sono autentici pezzi di scuola di cinema, ma rischiano, talvolta, di scontrarsi col limite di comprensione dello spettatore medio (-basso, specie se teledipendente :grin:), che a tratti potrebbe trovare il film confuso e avere difficoltà a seguire la storia. D’altro canto, le iuncturae acres che saldano (o fanno collidere?) passato e presente ben si legano all’agire mitopoietico della memoria di J. Edgar alle prese con la propria leggenda. Il film è un’epopea (critica) americana come alcuni grandi titoli del passato e ancora una volta si vede l’influenza di uno dei più grandi maestri di Eastwood (come egli stesso ha ricordato più volte), Sergio Leone. La cosa può sembrare scontata, se non frusta, ma è sempre un piacere (un po’ malinconico ;)) rievocare l’irripetibile esperienza della Trilogia del dollaro, dove tante personalità si incontrarono, si consacrarono, si formarono; inoltre, guardando J. Edgar la memoria corre più di una volta al capolavoro americano di Leone, C’era una volta in America, sia per quanto riguarda le vicende narrate (l’ascesa di J. Edgar e le gesta di Noodles e compagni condividono per ampi tratti lo stesso animatissimo sfondo), sia per taluni accorgimenti tecnici (leoniani in genere).

Sarebbe bello poter discutere queste considerazioni e/o aggiungerne di nuove…che ne dite, si può fare? 😛

Vox clamantis in deserto
(il Bacino di Decantazione)

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