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“Durante il weekend non ho mai voglia di cucinare, così ho googlato una ricetta per un break veloce. Ho clickato su un sito dedicato ai brunch e, scrollando la pagina, ho trovato delle preparazioni di finger food niente male. Purtroppo, ho realizzato di non avere tutti gli ingredienti in casa e, visto che il supermarket era chiuso, ho ordinato del cibo cinese take-away. Visto che volevo concedermi un po’ di relax, ho organizzato una serata molto easy: cibo cinese, una bella fiction in tv e qualche amico a rendere l’atmosfera più friendly. Finita la puntata la puntata della fiction, abbiamo parlato del più e del meno sorseggiando dei drink. Franco era un po’ stanco: gli obiettivi della mission della sua azienda lo hanno completamente assorbito, ma diceva che lo stress è il prezzo da pagare per mantenere una governance salda all’interno della società; poi ci ha fatto ridere, raccontandoci quanto sono imbranati quelli che fanno gli stage da lui. Purtroppo aveva un meeting il giorno dopo e se ne è dovuto andare presto. Cinzia mi ha briffato sul baby party del piccolo Tobias, il suo figlioletto di due anni; il tema della festa sarà la pasticceria americana, quindi dovrò preparare una cupcake o un’applepie o, perché no?, una cheesecake: da quando è diventata una fashion blogger, Cinzia ha delle idee sempre più cool! Tommaso, sentite le mie lamentele sul traffico, mi ha consigliato l’acquisto di una city car: lui ne ha una da tre mesi e il suo feedback è assolutamente positivo. Paola, invece, mi ha parlato benissimo del car sharing e del bike sharing; poi, quando Cinzia e Tommaso se ne sono andati, si è messa a raccontarmi del suo flirt con Fabrizio: si sapeva dai rumors che non si intravedeva una deadline per questa situazione di stallo, davvero incredibile visto che lei è una tipa così cool, sempre al top, carica di sex appeal! Era così giù che, salutandola, le ho detto che l’avrei chiamata con lo smartphone. «Ok!» mi ha risposto lei.”

Vi state chiedendo in quale strano idioma siano le righe qui sopra? Semplice: l’itanglese o angliano, a seconda della gravità del disturbo. Bello, no? Non vi ricorda quei filmetti degli anni ’80 col mitico Guido Nicheli che faceva il verso al “cumenda” rampante e al suo gergo di milanesità infarcità di parole inglesi (e non solo; potete rinfrescare la memoria qui, qui e qui)? Chi l’avrebbe mai detto che quella presa in giro dell’uomo di successo sempre-verde e un po’ gradasso e del suo poliglottismo maccheronico e sfacciato sarebbe diventata un costume diffuso? Ridevate, eh? Chi avrebbe mai sospettato, allora, che il compianto caratterista avesse captato sul nascere, con intuito da fine sociolinguista, una tendenza dapprima derisa, ma sotto sotto destinata a fare scuola? Ci abbiamo riso sopra, l’abbiamo trovato spassoso, sgradevole, esagerato, macchiettistico… e ora?

Ora, la profusione di termini inglesi, usati di preferenza a sproposito e storpiandone con disinvoltura la pronuncia, rischia di mangiarsi pezzo a pezzo la nostra ricchissima lingua, di cui, colti da un Alzheimer collettivo galoppante e da un proverbiale masochismo-disfattismo, dimentichiamo spesso la ricchezza, le sfumature, le variegate possibilità espressive e le potenziali creative. Così, là dove disporremmo di tutta una gamma di parole a cui attingere per definire nel modo più appropriato una certa cosa, o dove potremmo sfruttare la duttilità della lingua per inventare nuove combinazioni, preferiamo ripetere estranee parole inglesi, di cui non tutti o non sempre afferrano il significato (un esempio dei più fastidiosi fra quelli in voga: rumors, di origine latina, invece di illazioni, indiscrezioni, voci di corridoio/non confermate, rivelazioni, pettegolezzi, o, ancora si mormora / si vocifera che…). Come se ci offrissimo spontaneamente a un’operazione di colonialismo, che, attraverso la lingua (che si fa prodotto di consumo e di tendenza), veicola valori, stili e ritmi di vita precisi, uniformando e imbarbarendo le singole culture, quella angolofona compresa.

I motivi per cui i nostri compatrioti preferiscono usare termini inglesi (spesso sconosciuti e fraintesi) anche quando non ce ne sarebbe proprio bisogno? Forse non se ne rendono nemmeno conto, travolti dalla tendenza generale come tonni nel mare in tempesta; magari vi attribuiscono un maggior prestigio perché è la lingua dell’economia e della tecnologia, oppure la trovano comoda perché, avendo spesso definizioni più brevi, fa risparmiare il fiato? Forse questa pigrizia va semplicemente ad accumularsi a quella dei traduttori nostrani, che, più docili e meno fantasiosi dei colleghi francesi o spagnoli, si riducono (o sono costretti a ridursi) sempre più spesso a non tradurre altro che connettivi, preposizioni e articoli fra una serie di vocaboli inglesi e l’altra. Va bene, ammettiamo pure che l’uso di una lingua comune, l’inglese, sia una comodità irrinunciabile nel mondo globalizzato e frenetico, in cui gli scambi si sono intensificati e in cui è necessario comunicare efficacemente con la propria comunità internazionale di riferimento (penso, ad esempio, ai vari settori della ricerca). Non possiamo però ignorare che per secoli, nel mondo romanzo (i paesi in cui si parlano lingue neolatine) e nel resto d’Europa, scambi e influenze culturali intensissimi hanno portato a un arricchimento delle singole lingue nazionali, piuttosto che alla loro caduta in disuso. Ciò che si rimpiange non è un’ideale purezza della lingua; lungi da difenderla e da valorizzarla, il purismo non può che portare all’ irrigidimento della stessa e a limitarne le possibilità evolutive; per essere viva, una lingua deve nutrirsi del presente e attingere da bacini diversi gli elementi di novità (da altre lingue moderne o antiche, dai dialetti, dai gerghi ecc.). Ciò che oggi manca, è piuttosto la creatività di far nuova lingua giocando sulle numerose possibilità che il nostro sistema ci offre per rinnovarsi, anche su spinte esogene. Ciò che manca, in fondo, è quell’ “ardire” che Leopardi riteneva indispensabile per la lingua della poesia, e che ci permettiamo di prendere in prestito per riferirci alla vitalità di una lingua, alla sua capacità di recupero, di rinnovamento, di creazione di nuove forme. Nello Zibaldone, peraltro, trattando della “pellegrinità” della parola poetica (cioè il suo scarto rispetto all’uso corrente, in dimensione temporale ma anche spaziale, in riferimento al prestito di parole inusuali, rare), il nostro poeta ricorda come, in determinate fasi del processo di costruzione di una lingua o di una cultura, i forestierismi possano costituire una fonte di ricchezza e uno stimolo, là dove il loro uso non sia diventato, nella lingua di arrivo, abitudine comune e finché la veste “pellegrina” delle parole prese in prestito non venga logorata dal troppo uso, nuocendo peraltro, secondo Leopardi, all’eleganza della lingua letteraria. Ma qui ci addentriamo in discorsi che esulano dal nucleo di questo articolo, per cui chiudo la parentesi leopardiana (rimandandovi per eventuali approfondimenti alle voci “ardire”, “eleganza” e “pellegrino” dello Zibaldone) e ritorno al nostro itanglese/angliano.

Vignetta "Do you speak Angliano?" di Giulio Cesare per l'articolo omonimo

Sotto quali sembianze si rivela questo itanglese? Insieme alla miriade di prestiti ingiustificati (road-map per tabella di marcia/piano/programma; costumer service per servizio alla clientela/servizio clienti ecc.) che minacciano di portare l’italiano sulla via dell’estinzione – e che ci fanno sembrare tanto stupidi, snob e, spesso, ignoranti -, cominciano a farsi strada autentici mostri sintattici come “Mourinho-pensiero”, “D’Alema-pensiero”, invece di un più semplice “pensiero dalemiano”, o “secondo la scuola di pensiero di”, “nell’ottica/nella filosofia/nella visione di”, ecc. Trattasi in questo caso di anglicismi morfosintattici, con anteposizione sempre più frequente dello specificatore rispetto al sostantivo. Un altro fenomeno è la risemantizzazione, nelle coppie di falsi amici, dei corrispettivi nostrani, che tendono ad assumere l’accezione inglese (suggerire per consigliare o dare un’idea; realizzare per rendersi conto, considerare, o, più semplicemente, accorgersi; pretendere per fingere, fare finta, dare a credere).

Per fortuna, diversi sono gli enti e le persone che, senza aver nulla contro l’imputtanita lingua inglese (poverella: abusata, storpiata e strattonata malamente da tutti, mai parlata così male da quando tutti sono costretti a balbettarla) hanno portato l’attenzione su questo fenomeno, promuovendo in alcuni casi iniziative simboliche volte a tutelare la nostra lingua dall’invasione incontrollata dei prestiti inutili e, più in generale, dall’impoverimento a cui è sottoposta anche dall’interno. Vi segnaliamo a riguardo l’iniziativa Adotta una parola della Società Dante Alighieri, su cui trovate informazioni e commenti anche qui e qui. Nel caso in cui abbiate preso a cuore la causa, potete curiosare anche su questo sito, leggere la dettagliata analisi su questa pagina e farvi un cultura sull’ “aziendalese” leggendo questo articolo. Infine, balzando dalla rete alla televisione, ricordiamo l’esempio di Corrado Augias, che nel suo Le Storie – diario italiano, non si stanca mai di pungolare e chiedere giustamente spiegazione ai suoi ospiti per tutte quelle parole inglesi che saltano fuori, in modo ormai automatico, a sostituire in modo superfluo gli equivalenti italiani.

Nel nostro piccolo, anche noi vogliamo contribuire a salvare la nostra beneamata lingua, nella convinzione che offra, nella maggior parte dei casi, risorse per sfornare neologismi e modi di dire al passo coi tempi. Per questo, ci proponiamo innanzitutto, come forse avrete notato, di evitare per primi l’abuso di termini inglesi (e, sinceramente, non ci costa nessuna fatica), limitandone l’uso per quelli ormai storici o nei casi in cui manchino equivalenti convincenti in italiano; in secondo luogo, invitiamo tutti coloro che fossero sensibili alla questione a condurre una sorta di resistenza personale, contro la tendenza imperante e la violenza razzistica delle mode e delle egemonie, anche sul piano linguistico. E anche contro la faciloneria di chi si dà tono infarcendo la propria elocuzione di forestierismi superflui e altezzosi: provate a chiedere a questi esterofili il significato della parola impiegata, fate i finti tonti, sondate perché abbiano ritenuto indispensabile usarla, cercate di capire se è un automatismo o una strategia di autopromozione, di seduzione, di competizione o altro…

Infine, apriamo qui a tutti un giochetto creativo per stimolare lo spirito di osservazione, la fantasia e la memoria: segnalateci gli abusi e gli scempi di prestiti dall’inglese (o neoformazioni anglicizzanti di manifattura italiana) che vi capita di sentire in giro o in TV, di leggere sui giornali, in Internet e sui cartelloni pubblicitari; segnalateci quelli che non potete più soffrire, quelli che vi hanno fatto ridere, quelli che vi hanno messo in crisi e via dicendo; singole parole, liste, frasi: tutto quello che volete. Ci sbizzarriremo insieme a trovare traduzioni in italiano o a inventare neologismi nel caso in cui nessuno si sia preso la briga di farlo prima :)!

ma bohème
frammento in angliano e vignetta di Giulio Cesare
(il Bacino di Decantazione)

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