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Da tempo, osservando gli scarsi risultati in termini di ascolto, risposta e intervento delle forme di protesta a cui siamo abituati, mi chiedo se queste non siano ormai obsolete, logore e svuotate; pura forma sfuggita a un contenuto che non riesce più a cogliere e ad esprimere; stanca reiterazione che troppo spesso dà l’impressione di restare fine a se stessa. L’urgenza di un ripensamento e di un’iniezione di nuova linfa nei modi e negli strumenti a disposizione dei cittadini per esprimere democraticamente il proprio pensiero di fronte alle grandi scelte della classe dirigente mi pare uno degli aspetti chiave di questa nostra epoca e una questione fondamentale per la salute e la difesa della democrazia. Il punto è trovare forme e strategie adeguate ai tempi, efficaci, capaci di rompere il muro dell’arrogante indifferenza e imporre a chi è pagato per farlo di occuparsi di temi di interesse comune (il fatto che siano necessarie proteste per ottenere un servizio che dovrebbe essere normale la dice lunga sullo stato del nostro apparato amministrativo).

Limitandoci al nostro paese, non si può non osservare l’assuefazione che cortei e striscioni in piazza hanno prodotto nei decenni in cui sono stati proposti senza significative varianti. Ci si è abituati a giustificare un ritardo perché il pullman è stato deviato a causa di un corteo sindacale o un’assenza a scuola per adesione a una delle tante manifestazioni studentesche nelle vie del centro. Si cammina accanto al corteo, ci si affretta, si butta un’occhiata ai cartelloni o ai colori delle bandiere per capire di chi si tratta questa volta; forse lo si racconta a casa parlando del più o del meno.

Non si può non vedere l’inadeguatezza di forme di protesta come lo sciopero in alcuni particolari settori come la scuola o l’informazione, rispetto ai quali l’obiettivo conclamato dei certa parte del potere è proprio il “bavaglio”, la condizione ideale per far proliferare il silenzio, l’ignoranza e l’oblio su questioni che ci riguardano da vicino.  Ogni realtà professionale e/o sociale dovrebbe elaborare forme e azioni di protesta adatte alle proprie funzioni, allo scopo da perseguire e ai valori che intende difendere in una situazione storico-politica ben precisa.

Come accettare la violenza gratuita e indiscriminata di chi, attaccando chi non ne può nulla e creando un disordine in cui si annullano tutte le voci, fa il gioco del potere e di un governo che arriva perfino ad auspicare velatamente atti di terrorismo per giustificare l’introduzione di misure restrittive e limitare il diritto dei cittadini ad esprimere il dissenso e a difendere i diritti?

Come negare la disorganizzazione e la mancanza di coesione, obiettivi, perseveranza e proposte di episodi che si limitano ad intercettare un vago malcontento di massa per offrirlo all’attenzione pubblica ed esaurirsi appena dopo il primo tentativo fallito?

Da studentessa universitaria, non faccio che sentire da anni docenti e studenti lamentarsi per la carenza dei servizi, per le falle di un sistema sempre più impoverito, svalutato e precarizzato da persone incompetenti, che dall’alto della loro ignoranza e arroganza credono di poter dire che cosa sia “virtuoso” e che cosa vada tagliato in quanto “inutile”. Ma al di là dei borbottii e delle catastrofiche previsioni fra le mura delle università (si prova quasi un piacere ad alimentarle insieme), si è sempre pronti, per comodità o per convenienza, ad accettare il compromesso, a cedere, anche perché, “se non ci sto io, ci sarà qualcun altro dopo di me che accetterà”. E poi ci sono i personalismi, l’occupazione programmata ogni anno nello stesso periodo, i consueti bivacchi a cui nessuno fa più caso e a cui si partecipa più per “starci dentro” che per volontà di fare qualcosa di concreto. E in mezzo a tutto ciò, dove sono le teste brillanti della futura classe dirigente? Dove sono la freschezza e le idee delle giovani generazioni che dovrebbero lottare per il “ricambio” di cui tanto si parla? Dove si disperdono tutte le competenze e le conoscenze di una generazione di ultra-laureati pluridecorati (quali siamo e ci hanno esortato a diventare), esperti in scienze politiche, scienziati della comunicazione, economisti all’avanguardia eccetera?

Una vera alternativa dovrebbe partire dal contributo di tutti, ognuno in base alle proprie competenze (altrimenti si finisce col dilettantismo della maggior parte dell’attuale classe politica), e con obiettivi fondamentali, semplici, concreti e condivisi. Altrimenti, senza proposte e lucidità d’azione, senza serietà e obiettività, la protesta rischierebbe non soltanto di restare uno dei tanti episodi di sfogo di massa fini a se stessi, ma perfino l’apripista di un nuovo salvatore della patria, magari affabile, adulatore e sognatore (e direi che su questo piano abbiamo già ampiamente dato). L’azione, senza una direzione precisa e condivisa, è pericolosamente esposta ad essere cavalcabile dal primo opportunista di turno o a impantanarsi in uno stato di protesta permanente di cui alla lunga si perdono il senso e la carica.

 Lungi dall’essere un invito alla protesta fine a se stessa e sempre sul piede di guerra, contro tutti a priori, la ricerca di forme più fresche ed efficaci di manifestazione del dissenso dovrebbe includere anche una riflessione sulla necessità stessa dell’azione (distinguendo i bisogni veri dai pretesti, dai capricci anarcoidi di una democrazia degenerata e dalle utopie), sul modo specifico in cui avrebbe senso condurla, su come guadagnarsi la credibilità (quella, per intenderci, che gli scioperi del venerdì e dei prefestivi hanno perso da anni) e l’attenzione pubblica. E potrebbe anche essere un’occasione per ripensare il proprio modo di partecipare o non partecipare alla vita politica del paese, il proprio stile di vita, l’approccio al lavoro, la fruizione dei servizi ecc.

D’altronde, credo anche che sia importante non cascare nella trappola del catastrofismo, che, sull’onda di dati finanziari oscuri , slegati dalla dimensione del lavoro vero e tangibile, cerca di irretirci e di portarci a non vedere le vie d’uscita e le possibilità che anche una decrescita razionale potrebbe aprire (interrompere la dipendenza dal superfluo, ridurre gli sprechi, rivalutare professioni tradizionali, come quelle nei settori dell’artigianato e della gastronomia, a torto snobbati da molti come occupazioni di serie B, ecc.). L’assuefazione a notizie negative e la promessa di prossimi scenari apocalittici non fanno che portarci a una mansueta e impaurita accettazione dei fatti, scatenati da leggi ignote e misteriose che pretendono di governare i mercati e la vita delle persone. Non possiamo cedere agli attacchi di una crisi almeno in parte studiata a tavolino, che giustifica licenziamenti e tagli dei servizi, che scoraggia le persone dall’iniziativa per lasciare ancora più spazio agli squali affamati, che crea un clima di paura e instabilità per giustificare, in nome della sicurezza, la repressione; rinunciando e fuggendo si lasceranno le mani ancora più libere al malaffare, che prenderà il sopravvento nei territori e nelle fette di mercato lasciate libere (almeno, questa è la mia personale sensazione da semplice osservatrice). Lasciarsi abbattere è fare il loro gioco. Questa divagazione per dire che, di fronte alle difficoltà, spesso emerge il meglio di noi, l’energia sopita, le idee più acute, la riscoperta e rivalutazione dei diritti e dei valori che per troppo tempo sono stati dati per scontati. Allora, proviamo a vedere quello che abbiamo, invece di pensare sempre a ciò che non abbiamo o che vorremmo copiare dagli altri, e ripartiamo dalle risorse su cui possiamo contare, prima che ci vengano tolte le possibilità di farlo!

E come? Il come, mi piacerebbe fosse discusso insieme da quante più persone possibile, qui e altrove, ognuna in base alla proprie competenze ed esperienze dirette o indirette, per capire con maggior consapevolezza che cosa sarebbe fattibile e valido e che cosa, invece, sarebbe inutile o perfino controproducente. Senza insulti e senza ammaestramenti, semplicemente con la voglia di capire e di costruire qualcosa di nuovo a partire da spunti anche minimi. L’invito è quello di lanciare proposte e idee su iniziative e modi per costringere la politica a tornare alle sue funzioni e a riaprire il dialogo con i cittadini (riaffermando il concetto di sovranità popolare), per rendere evidente la mancanza di legittimità di rappresentanti che non sono in grado di svolgere il proprio lavoro e per contribuire concretamente al cambiamento. L’invito è aperto a tutti.

Tanto per aprire le danze, riporto di seguito, nella seconda parte dell’articolo, qualche prima idea da discutere, basandomi su quelle che sono comunemente sentite come priorità.

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)

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