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Domenica 02/10/11, con l’edizione serale del Tg di RaiNews, è stata trasmessa l’intervista a un sociologo italiano in merito all’assenza di un movimento significativo di “indignati” nel nostro Paese. Premetto che purtroppo mi è sfuggito il nome del sociologo e che non sono riuscita a ritrovare in rete il filmato dell’intervista, per cui ringrazio fin d’ora chi avesse voglia di integrare questa informazione e aiutarmi a renderla più precisa.

Ma abbandonando le premesse e andando al nocciolo della questione, ciò che ha attirato la mia attenzione e che mi ha dato motivo di riflettere, è stata quella che mi è parsa una pesante dimenticanza nella risposta del sociologo. Quest’ultimo, infatti, ha indicato come principali ostacoli a una netta presa di posizione da parte della cittadinanza (e dei giovani soprattutto) la solidità della famiglia italiana, come punto di riferimento e sostegno dei giovani, e la sua tenuta sul piano economico, grazie a quei famosi risparmi che, è bene ricordarlo, sono però esposti a un’erosione sempre più aggressiva da parte di misure anticrisi inique e inadeguate. Già qui emergono le mie prime perplessità circa questa visione della struttura familiare italiana come un caso a sé. Infatti, se è vero che rispetto alle società nordiche e angloamericane, in cui i ragazzi tendono ad emanciparsi prima e la cui indipendenza è incoraggiata fin da giovanissimi, nella nostra cultura la famiglia ricopre ancora un ruolo fondamentale, che si riflette in legami più stretti e nella convivenza prolungata, è anche vero che il modo di ‘vivere la famiglia’ e il valore affettivo e sociale attribuitole non sono così dissimili fra l’Italia e il resto del Mediterraneo, vale a dire fra il nostro paese e la Spagna, la Grecia, il Nord Africa, tutti paesi in cui, in modo più o meno incisivo, le nuove generazioni e non soltanto hanno fatto sentire la propria voce. Anzi, in molte delle aree interessate da proteste o rivolte, permangono un legame ancora più stretto con la famiglia e un forte rispetto per i ruoli che la costituiscono, valori radicati nella tradizione culturale o religiosa e condivisi largamente anche dai più giovani (come ho avuto modo di constatare personalmente durante un viaggio in Grecia e dal contatto con alcuni ragazzi nordafricani in Italia). Inoltre, non si possono negare i cambiamenti che hanno coinvolto la famiglia italiana e il progetto di vita dei singoli negli ultimi decenni, che hanno portato anche i nostri giovani, ragazzi e soprattutto ragazze, a una maggior mobilità, internazionalità ed emancipazione. Forse, questo sì, siamo fra i più coccolati e viziati, e questo in effetti può giocare a sfavore dello sviluppo dell’indignazione in azione, che non va d’accordo con la comodità. In questi termini, la famiglia italiana potrebbe essere davvero identificata come un irrinunciabile sostegno e un freno al tempo stesso.

Tuttavia, il fattore che non è stato menzionato dal sociologo fra le cause della nostra ‘letargia’, e che a mio avviso è essenziale nella nostra specifica situazione, tanto da renderla un caso forse unico fra le democrazie occidentali, è il monopolio mediatico di una famiglia e del suo entourage che da decenni somministra a rilascio lento il proprio modo etico, estetico e politico di concepire la realtà attraverso un flusso di messaggi ininterrotto e inarrestabile (almeno finché l’utenza non riterrà di averne abbastanza) che arriva alla gente per mezzo di telegiornali e altri prodotti televisivi, quotidiani e riviste, libri e film, pubblicità e campagne elettorali permanenti. Ora, in quale modo può avere influito questo accanimento mediatico sulla mentalità di buona parte degli italiani e sulla qualità della partecipazione civile alla vita politica e sociale del paese? Quanto e come può avere inciso una tale esposizione nella formazione delle nuove generazioni, nate e cresciute all’ombra di questo pensiero dominante che negli anni ha fagocitato sempre più spazio, imparando ad assumere forme di volta in volta diverse per stuzzicare l’appetito di una platea sempre più vasta ed eterogenea?

Provando a rispondere con alcune considerazioni personali, e quindi necessariamente parziali e limitate, ma basate sull’osservazione della realtà, mi pare di poter individuare almeno due importanti conseguenze. La prima, che osservavo con curiosità già su alcuni parenti e compagni di scuola nella mia infanzia a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, consiste in una forma di dipendenza quasi morbosa (tanto da scandire il ritmo della giornata) dal prodotto televisivo, e in particolare dalla condizione di passività, voyeurismo e abbandono nella quale lo spettatore viene calato da una programmazione votata a un mero intrattenimento come anestesia dalla vita, a partire dalla massiccia iniezione di telenovele per arrivare ai telegiornali infarciti di cronaca rosa-nera e futilità, passando per i numerosi comici indolori e incolori, la satira addomesticata e l’inchiesta per sublimare malcontento ed eventuali sospetti, i talk-show più beceri e i ‘coinvolgentissimi’ reality show, tutti programmi impegnati nella semplificazione e banalizzazione selvaggia della realtà e nella spettacolarizzazione dei suoi aspetti più triviali, un po’ perche “fanno audience”, un po’ perché ci aiutano a sentirci tutti uguali. Questo modo di concepire la televisione, riducendone l’enorme potenziale alla sola funzione di intrattenimento-stordimento, è dilagato fuori dai confini dei suoi canali di trasmissione e, oltre ad invadere con la sua prepotenza gli altri spazi disponibili, è diventato un vero e proprio approccio, uno stile di comunicazione di massa che sforna modelli, formule e personaggi accomunati dalla finalità di distrarre le persone non soltanto dalle questioni vere e importanti che possono riguardare tutti, ma anche dalla vita stessa, dalle sue molteplici sfumature, dalla cura paziente e costante del proprio talento, dalla scelta della strada che si vuole intraprendere, dai propri pensieri, da una partecipazione attiva, critica e propositiva alla vita sociale, insomma, da se stessi e dalla propria volontà.

La seconda conseguenza è più subdola e testimonia la portata antropologica e non soltanto politica del fenomeno che va genericamente sotto il nome di ‘berlusconismo’, come altri, fra cui ad esempio Nichi Vendola, hanno fatto notare. Basandomi sempre su quello che posso osservare nella realtà che mi circonda, riconduco a questa conseguenza l’atteggiamento di quelle persone (comuni cittadini e politici, consumatori e imprenditori ecc.) che, pur fermamente convinte della loro lontananza, quando non opposizione, rispetto ai contenuti del modello ‘berlusconiano’, vi risultano invece molto vicine nell’approccio, nel linguaggio, nei giudizi o nella scala di valori. Spesso, infatti, scelte che in superficie appaiono in aperto contrasto con la linea di tendenza ufficiale ne rispecchiano la mentalità negli scopi e negli atteggiamenti. Qualche esempio? Tanto per cominciare, si può osservare come la protesta abbia perso la sua connotazione di rottura, di discontinuità, per diventare fashion, un’abitudine alla moda che da l’ebbrezza di sentirsi al passo coi tempi, sia che si limiti al cosiddetto attivismo da tastiera sia che esca alla luce del sole per trasformarsi in un’occasione mondana. Ovviamente la mia affermazione non si riferisce all’atto di in sé di manifestare il proprio dissenso o a tutti coloro, singoli o associazioni, che  portano avanti iniziative serie per richiamare l’attenzione su talune questioni, ai quali va invece tutto il mio apprezzamento; la mia critica va a tutte quelle persone per cui la contestazione è un’occasione per conquistare un momento di celebrità in rete con una grossa sparata, un innocuo passatempo per scaricare stress e frustrazione o un modo per fare nuove conoscenze e pubblicizzare la propria persona come un prodotto, alla stregua delle attricette che infestano i giornali di gossip e che sperano di accasarsi col calciatore o con l’imprenditore di turno prima di sfiorire e del candidato politico che invia a casa indesiderati libercoli narcisistici per esibire i punti forti della propria biografia e la pregiata dinastia. A mio avviso, questo modo di manifestare il proprio dissenso (o, meglio, di sfruttarlo più o meno inconsciamente per l’autopromozione personale e per sentirsi qualcuno nel teatro della storia) non è che un’altra forma di intrattenimento (e allora la classe dirigente che vorremmo scuotere può fare sogni tranquilli) e di consumismo, in cui l’unica differenza consiste nel fatto che, ora, anche grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, non siamo più limitati al solo ruolo di consumatori, ma possiamo anche noi vendere, svendere, barattare, persuadere, produrre, manipolare, contraffare ecc. Un consumismo interattivo, un mercato virtuale che è esso stesso intrattenimento. Di nuovo, sottolineo che qui non si vuole criticare il mezzo in sé (la cui utilità peraltro è stata già ampiamente messa in evidenza), ma l’uso che ne fanno molte persone, dall’alto e dal basso; un po’ come biasimare lo sproloquio non significa maledire la facoltà di parlare in sé. D’altronde, il mezzo non è che un amplificatore, un potenziatore di qualità, più o meno positive a seconda dei punti di vista, che hanno sempre fatto parte del corredo genetico dell’uomo. Ad esempio, l’ansia di protagonismo che aggrega gli individui nella manifestazione di massa (e che è uno fra i tanti fattori da cui può scaturire il fenomeno, certamente e per fortuna non l’unico) è un’immagine che ritroviamo già nel romanzo L’uomo senza qualità di Robert Musil, scritto negli anni Trenta, in cui si dice di una folla di manifestanti che “pochi passi più in là, dove la strada svoltava e sembrava sparire dietro una quinta, molti già si toglievano la truccatura; non aveva senso seguitare a far la faccia feroce senza spettatori, e in modo che a loro sembrava naturalissimo spariva immediatamente dai loro volti ogni traccia d’eccitazione, anzi non pochi ridevano e si mostravano allegri come in una scampagnata. […]” (dall’edizione Einaudi, Torino 1996, pag. 718). Nel nostro caso, l’impressione è quella che la gestione del potere mediatico sia in qualche modo riuscita ad addomesticare la contestazione stessa e a condurla dentro i suoi schemi, nutrendo un esibizionismo competitivo che a volte è la principale matrice dei ‘grandi gesti’ così come dei finti dibattiti televisivi.

Per concludere questo mio intervento, che spero apra un confronto su quelli che secondo voi sono i fattori che frenano l’articolazione di un’ “indignazione” tutta italiana (che non si appiattisca sull’ispanico modello del campeggio cittadino ma che raccolga e porti avanti con fermezza idee chiare e contributi da componenti sociali diverse), vorrei accennare anche ad una caratteristica che mi sembra un tratto tipico di noi italiani, e cioè una certa rassegnazione, al di là dei facili borbottii e delle lamentele, a subire quasi sempre le condizioni imposte dall’alto (dove l’ ‘alto’ non è soltanto il “piove governo ladro”, ma la nuova gestione del supermercato sotto casa o l’organizzazione di trasporti pubblici insufficienti, il datore di lavoro che propone paghe vergognose per le mansioni richieste, il programma televisivo che invita sempre gli stessi ospiti ad azzannarsi inutilmente sulle solite vecchie questioni, il docente che non fa bene il suo lavoro, la moglie urlante armata di mattarello…) senza mai opporre dei ‘no’ secchi, anche quando avremmo gli elementi per dimostrare l’ingiustizia e l’inadeguatezza di alcune imposizioni e il diritto di farlo. E più ci  penso, più mi chiedo se questo fatalismo nostrano (sfatato da alcune notevoli eccezioni, come ad esempio la perseveranza del movimento NO TAV ad opporsi a un progetto non condiviso e dalla dubbia utilità e il presidio fisso di Gaetano Ferrieri davanti a Montecitorio) esprima più saggezza, incoscienza, pigrizia o strafottenza, o, forse, un po’ di tutte e quattro. Un fatalismo che tradisce la storia movimentata della nostra penisola e della sua giovane democrazia, ma questo, forse, è un altro discorso.

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)
 
 
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