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Cineriflessioni è la categoria che ospita gli interventi legati alle riflessioni sui temi più svariati scaturite dalla visione di opere cinematografiche.

Riguardando il film Il portaborse (Luchetti, 1991) a vent’anni dalla sua uscita, si resta amaramente colpiti dall’attualità della sua denuncia nei confronti di una classe politica “medioevale”, fatta di uomini “corrotti” e “rapaci” nella cui bocca la parola “modernità” suona “grottesca”.

Grottesca, sì, ed inquietante, come le tre “i” che per gli esaltati del neopositivismo globalizzato e globalizzante avrebbero dovuto, o dovrebbero tutt’ora, portare una ventata di modernità in quelle vecchie, noiose scuole in cui si persevera(va?) a insegnare la geografia e a riflettere sulla storia. Suonano grotteschi nelle loro bocche arroganti i proclami di “ammodernamento” delle strutture statali a favore del “rilancio” dell’economia e dell’impresa; ancor più grottesche e imbarazzanti stridono le martoriatissime parole “virtù”, “virtuoso”, “(polo di) eccellenza”, “welfare”, “meritocrazia”, tanto per fermarsi qui.

Perché se essere moderni significa ignorare le proprie radici culturali al pari della propria posizione geografica, lasciarsi abusare dai mezzi di comunicazione come da una droga, assistere indifferenti agli affanni di un’economia in disfacimento, svendere la qualità della vita e del lavoro in nome della parità di bilancio e del guadagno facile e compiacersi orgogliosamente per aver cofinanziato il tunnel per il passaggio dei neutrini da Ginevra al Gran Sasso, bene, se questa fosse per davvero la modernità, verrebbe voglia di tornare in un balzo al Medioevo, almeno (forse) ci verrebbero risparmiate talune bestialità, se non altro per anacronismo.

Ma al di là dell’ironia sulle invasioni di campo di un’epoca sull’altra e dei riflussi storici, dovrà pur trovare una forma, una voce, questo rifiuto ostinato a credere che “essere moderni” si risolva nella strafottenza di un’avidità esibita a trecentosessanta gradi, nella volgarità più spudorata e nella mediocrità e sciatteria di gesti, parole e modi reiterati fino all’ebbrezza. Quest’ultimo è appunto il secondo aspetto che la sequenza del film qui proposta mette efficacemente a fuoco, e cioè il rapporto patologico di molti uomini di potere di ieri e di oggi con la realtà. Una realtà che, a furia di essere piegata alle loro visioni, bugie e ambizioni, finisce per perdere i connotati e per confondersi a poco a poco con la menzogna, in modo sempre più inconsapevole, fino a una perfetta aderenza in cui tutto è vero e tutto è falso a un tempo. In cui tutti sono uguali e non esiste più trasgressione, semplicemente perché non esistono più regole né leggi. O, meglio, una forse ne sopravvive: quella della giungla; la legge del più forte, che con la potenza delle sue armi e la fame cieca della bestia sopraffa gli altri senza mai essere disturbata da un pensiero, da un dubbio. Ma questo forse non è più Medioevo; questa è Preistoria.

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)
 
 
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