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Sarà il continuo bombardamento di notizie o seminotizie a cui siamo costantemente esposti e che ci fa provare il compiacimento di essere sempre informati, oltre a un inconfessabile senso di vertigine e di smarrimento. Sarà l’abitudine, per non dire l’assuefazione, agli slogan volgari e logori che molta politica, più martellante della pubblicità, sputa regolarmente nelle nostre orecchie, per disabitudine o incapacità al silenzio, oppure per nascondere la povertà dei contenuti e la meschinità delle azioni dietro un richiamo diretto al popolo (non sia mai di chiamarli cittadini!), in un momento di ebbra, spettacolare comunione. Attimi di puro godimento che giustificano ogni sberla, bugia o tradimento. Sarà che, fra tante barzellette, scurrilità da dopo cena in osteria, malefatte da adolescente in libera uscita, bravate da demente senile, parodie ambulanti di ruoli e cariche pubbliche che si impegnano con ogni espediente (ma con risultati mai abbastanza apprezzabili…) ad esaurire la fiducia residua della gente e ad offenderne il buon gusto e l’intelligenza, prendendo molto più sul serio se stessi e le loro personalissime faccende dei loro incarichi, ci hanno portati senza che ce ne accorgessimo a rassegnarci a un ruolo di contrappunto tiepidamente lamentoso nella loro farsa fatalista. Sarà che anche noi, forse un po’ masochisti, ci siamo incantati da soli coi nostri slogan, altrettanto monotoni. E non sappiamo più stupirci, indignarci, arrabbiarci davvero per qualcosa. A furia di stare a sentire gli altri sbraitare e azzannarsi e di ridere di loro, quando non con loro, ci siamo appassionati al nostro processo di impoverimento culturale, sociale ed economico come alle puntate di una telenovela, rischiando così di diventare parte integrante della farsa, complici del malaffare dei suoi primi attori. Rischiamo perfino, col nostro scandalo bonario, di renderceli simpatici e spassosi, questi primi attori, sempre che in fondo ciò non sia già avvenuto.

Il fatto è che chi dovrebbe avere la lucidità critica e la responsabilità morale, politica e sociale di interrompere il gioco quando questo pretende di avere ripercussioni concrete sulla realtà di tutti (e non soltanto del solito gregge di aspiranti sudditi a cui basta qualche schiamazzo per sedare i brontolii di pancia) ha ceduto per troppo tempo alla “gagliarda” tendenza a minimizzare, a contestualizzare, a giustificare, a interpretare (anche quando non viene lasciato proprio nessuno spazio all’immaginazione), a sorvolare, forse nell’attesa di capire in quale modo poter trarre maggior vantaggio dalla situazione, o nella paura di non apparire adeguatamente moderni, giovani(li), aperti, sbarazzini e vicini al sentire e al parlare del popolo (!?).

E così il gioco al limite delle regole, la grossolanità spacciata per semplicità, il genuino scambio di battutacce e gestacci fra ubriaconi, l’insulto scambiato per spontaneità e modi ruspanti, lo sproloquio incontrollato e visionario, che si alimenta dei frutti da esso stesso partoriti, dando vita a saghe leggendarie le cui origini si perdono nelle nebbie della Val Padana, il braccio di ferro, il tiro alla fune, il coro da stadio, la gara a chi emette rumori più forti con qualsiasi parte del corpo a disposizione, insomma, tutte le dimostrazioni di virilità a cui la poetica del Muscolo Verde ci ha abituati ce l’hanno fatta. Forse sono arrivati dove neanche loro speravano di arrivare, e cioè a far parte degli ingranaggi del vituperato sistema, dalla decantata base alle cabine di controllo (d’accordo, in coabitazione con moltissime altre forze più influenti di loro, ma egemoni in quanto a maestria di stile, insieme ai loro alleati più stretti). Ce l’hanno fatta, ed è parsa una passeggiata. In cambio hanno generosamente prestato al sistema i loro modi (i tagli da macellaio bendato di leggi, enti e spesa pubblica facendo di tutta l’erba un fascio, il porcellum, le offese ai colleghi avversari e pure a quelli alleati), il loro linguaggio verbale (dalle «legnate» ai giornalisti, che «rompono le palle» e sono dei «delinquenti», a quello «stronzo» di Casini, passando per le varie «scorregge nello spazio» e «scorregge dell’umanità», epiteti riferiti rispettivamente a Miglio e a Montezemolo, e concludendo, tanto per dare un assaggio e per rinfrescare la memoria, col «nano di Venezia» che «rompe i coglioni» e con «Sono Porci Questi Romani»,  salvo poi assistere allo spettacolo del loro leader mangiarci insieme la pajata imboccato da sora Renata) e quello non verbale (orgogliosa esibizione di dita media, corna, pernacchie). Ci hanno provato anche coi simboli (si ricordi la scuola di Adro invasa di Soli delle Alpi), ma non è andata così bene come fra i palazzi della politica. Tutto questo in un crescendo, esaltato o attenuato a seconda della convenienza e dell’uditorio, di insulti ad alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, primo fra tutti quello contenuto nell’art. 5 («La Repubblica, una e indivisibile…»). Non che non si possa riflettere e dichiarare un’opinione in contrasto con la Costituzione, sia chiaro, e nemmeno negare la problematicità alla base della nostra identità nazionale, frutto di una pluralità di radici culturali e linguistiche che, in un rapporto non sempre facile, ma il più delle volte proficuo, fanno della penisola una terra unica nel fascino delle sue differenze, nella ricchezza e nella varietà del patrimonio naturale, storico-artistico, culinario e via dicendo. Si può non essere d’accordo, certo, ma la libertà di pensiero e di parola non implica che chi non si riconosca nell’unità della Repubblica e nelle sue istituzioni (arrivando a minacciare la secessione o sostenendo che il tricolore vada bene per pulirsi il culo) debba forzatamente arrivarne ai vertici, persistendo ad un tempo nella conservazione ad ogni costo delle proprie poltrone e nello screditamento dello Stato che, in teoria, avrebbe liberamente scelto e accettato di servire in qualità di ministro o parlamentare. Ed ecco che nel discorso conclusivo dell’ultima Festa dei popoli padani, a Venezia, dopo anni passati al governo insieme al primo ministro «a tempo perso», torna alla ribalta il cavallo di battaglia della Lega: la mitica secessione. La soluzione alla crisi, alla globalizzazione, alla disoccupazione (già, perché il lavoro ai giovani non manca per l’assenza di politiche che favoriscano il loro inserimento e tutelino i loro diritti e la meritocrazia, o perché un orientamento del tutto assente o fuorviante nella formazione porta banchi di trote a puntare sulla formazione universitaria, pur non avendone la passione o l’attitudine che, magari, avrebbero per rispettabilissimi e ricercatissimi lavori tecnici e manuali che i giovani italiani snobbano; no, il lavoro non c’è perché vengono a rubarcelo i «negher», i musulmani «con la palandrana» e i meridionali “puzzolenti”!). Ciò che colpisce, è che quasi nessuno, nel quadro politico nazionale, trovi anomalo, vergognoso, squallido e insultante che a parlare così non sia più un semplice movimento che intercetta il malcontento di un territorio, bensì ministri della Repubblica, stipendiati coi soldi dei contribuenti italiani (e non soltanto “padani” o leghisti). Ovviamente, si tratta di una questione di principio, di rispetto e soprattutto di onestà, in quanto, sul piano dei fatti, al di là dei ritornelli triti e ritriti, la Lega non può incutere alcun timore, né in vista di azioni belliche né democratiche, dal momento che è ben lontana da rappresentare la maggioranza dei cittadini del Nord (anche se non sembra tenerne conto, arrogandosi da anni il diritto di parlare per tutta quella fetta di Italia). E così, gli esponenti più ruggenti del partito sono invecchiati al potere più o meno indisturbati insieme ai loro slogan, primo fra tutti il loro capo indiscusso, pazientemente sorretto dalla fida badante Rosi Mauro e dal “girello magico” che gli sta sempre attorno.

A guardare bene, la misura si è persa già da un pezzo, e si può forse vedere nelle contraddizioni del rapporto fra la Lega e lo Stato il riflesso di un sistema che ha perso il baricentro, che permette a chi ammicca a parte degli elettori presentandosi  come una sorta di anti-stato (magari con la scusa di andare a sistemare qualche torto storto e tagliare un paio di privilegi, trucchetto che fa sempre presa) di poter arrivare a governare lo Stato stesso, senza suscitare una reazione netta e significativa da parte di coloro che, per orientamento politico, per ruolo pubblico o per coerenza coi discorsi pronunciati (ma anche solo per la decenza di continuare a presentarsi e a far proclami), dovrebbero avere a cuore la tenuta dello stato sociale e la salute degli organi della democrazia. Invece, al di là di qualche critica più lucida delle altre, nessuno sembra scomporsi più di tanto. E così continuiamo a pagare questi nostri “rappresentanti del popolo italiano” affinché vadano a distribuire battutine rassicuranti nei loro raduni di partito (tanto, anche se ci sono la stampa e le TV, restano sempre appuntamenti informali e si può dire di tutto, anche fare cori apotropaici contro la puzza dei napoletani, proprio come nello spogliatoio dopo la partitella nell’ora di educazione fisica). I signori insultano il Parlamento e chi ne fa parte, eppure vi si accomodano da anni, continuando a raccontare che loro sono diversi, mentre sistemano le loro trote, mentre fanno promesse faraoniche nelle piazze e nei palazzi si accontentano di qualche briciola sotto il tavolo in cambio dell’appoggio indefesso a quel Silvio Berlusconi che negli anni ’90 definivano «mafioso» e alle sue leggi ad personam. Quelli che accusano lo Stato Italiano di essere fascista, mentre non si contano più i pesanti e irriverenti insulti da lor signori rivolti a stranieri, omosessuali, avversari politici, disabili, donne ecc. (tanto per gradire, un elenco si trova a questo link), sempre battute, sia chiaro (chi cazzo se ne frega se poi qualcuno si indigna o ci rimane male? Vuol dire che è stupido e che non ha umorismo!), ma indice di una mentalità superficiale, manichea, intollerante, oseremmo dire “onnifoba”, ma tutto sommato tanto elastica da accettare senza un piega il corteo di amazzoni del dittatore africano Gheddafi, i celeberrimi baciamano e le decine di hostess reclutate per ascoltare proficue lezioni sull’Islam. Tutto ciò ovviamente sempre nella piena osservanza dei principi fondamentali su cui si fonda la nostra democrazia, come ad esempio la pari dignità sociale (art. 3), la libertà di culto sancita negli art. 8 e 19 (chissà perché loro possono celebrare alla luce del sole padano tutte le loro ben note liturgie del dio Po però poi devono portare i maiali a «benedire» un terreno destinato alla costruzione di una moschea), il diritto di asilo politico (art. 10; si ricordino tutte le volte in cui è stato goliardicamente proposto di sparare contro gli immigrati in arrivo sui barconi), il dovere di adempiere alla propria funzione pubblica «con disciplina e onore» (art. 54), ossia a suon di insulti, banderuole verdi e dita medie alzate.

Ma allora CI CHIEDIAMO umilmente: chi sono coloro che continuano a tollerare di farsi imbonire con queste favolette, che ancora nutrono cieca fiducia nei rantolii di un “condottiero” ormai stanco e svogliato, provato dalla dura spola pluriennale fra i palchi in cui deve urlare promesse e le sedi istituzionali, in cui, dietro il miraggio di qualche contentino, ha permesso alla Supercazzola Bitumata di fare i suoi porci comodi, contribuendo a far trascurare i veri problemi degli italiani (per ora padani compresi)? Com’è possibile che questi elettori non si sentano presi in giro? Ci chiediamo sinceramente quale Nord rappresenti la Lega: non certo quello dei piccoli e medi imprenditori (si veda la puntata di Presadiretta andata in onda su Rai3 il 18/09/11), che vivono una realtà ben più seria e difficile di quella di alcuni dirigenti di partito e la cui dignità e il senso di responsabilità li esime dall’inneggiare a una fantomatica «Secessione!» come soluzione ai problemi loro e di tutta l’economia italiana, pardon, anche soltanto padana (situazione aggravata dall’incapacità d’azione di un governo di cui la Lega fa parte e che ha negato per anni l’esistenza della crisi e la necessità di misure da prendere per contrastarla). La Lega non rappresenta tutti i grandi centri del Nord che hanno scelto di votare per sindaci e presidenti di altri colori, e anche dove detiene il potere non rappresenta certo la totalità della popolazione, come dimostrano le contestazioni per la scuola di Adro o quelle per il Giro di padania, per quanto sia spavaldamente pronta a parlare di “milioni di persone” pronte a combattere per l’indipendenza e la libertà della verde terra promessa, il tanto vagheggiato Regno dell’Ineffabile Umberto, leader ancora, malgrado tutto e almeno a parole, indiscusso.

Ma soprattutto CI CHIEDIAMO, come sono arrivate le forze politiche, i rappresentanti dei diritti di noi cittadini ed elettori (e non semplicemente popolo) e tutte le istituzioni statali, garanti dei principi della Costituzione, a giustificare, in un clima di crescente indifferenza, che potessero accedere a ruoli istituzionali di estrema importanza e a ingiuriare la Costituzione stessa col loro giuramento, oltre che coi loro ripetuti insulti, persone con idee in palese ed esibito contrasto con quegli stessi principi su cui si fonda la nostra democrazia, a partire da quel famoso art. 5 «una e indivisibile»? E quale dignità da parte loro, nell’andare a raccontare al loro branco che il sogno che guida ogni loro azione è «la padania libera e indipendente» e che il governo italiano è soltanto un mezzo in questa direzione (un mezzo comodo, a giudicare dalla permanenza), mentre pur di restare al potere tengono in piedi per inerzia una maggioranza in cui non credono più (e che appare lontana anni luce da quei vecchi ideali che hanno loro procurato tanto seguito), fautrice di una manovra in cui non si ritrovano? Lo stipendio lo prendono dallo Stato Italiano o da quello Padano? I contributi sui quali le istituzioni di cui fanno parte si sorreggono provengono soltanto dalle tasche dei cittadini del Nord (e fra loro soltanto dagli elettori della Lega) o anche dal resto d’Italia e da elettori di ogni colore (sebbene loro si ostinino a vedere nel Sud un Bengodi dal quale incomprensibilmente le giovani generazioni del passato e del presente partono per poter accollarsi lavoro e tasse da pagare nel Nord Italia o all’estero)? È possibile che in un momento come questo uomini che ricoprono cariche pubbliche di rilievo si sentano liberi di affermare alla leggera di avere come priorità l’indipendenza di una parte della nazione piuttosto che ciò che dovrebbe giustificare la loro stessa posizione (e i loro stipendi), e cioè lavorare per il buon funzionamento dello Stato che, fino a prova contraria, servono e rappresentano? Ed è possibile che le voci del mondo della politica che si levano contro questa grave contraddizione siano sempre così poche, blande e retoriche da far sì che questa farsa continui da anni  a sostenere una maggioranza spaccata dai personalismi, a distrarre le persone da una riflessione seria e profonda sulle vere cause dei nostri problemi e ad offendere chiunque, benché nato nell’Italia settentrionale, si riconosca nell’unità nazionale e nel rispetto di un confronto civile?

 
ma bohème
(il Bacino di Decantazione)
 
Il Senatura e la pajata de Sora Renata

foto prese dal web

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