Il sonno della democrazia ri-genera i mostri

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Variazione su El sueño de la razón produce monstruos, di F. Goya, 1797 

Anziché chiedersi se ci siano il tempo e le condizioni per discutere con un pazzo criminale di riforma istituzionale in senso presidenzialistico, i nostri politici (specie i capi dello schieramento…opposto?!) e i nostri giornalisti farebbero meglio a chiedersi se sia il caso di dare tanta importanza:

– ai miasmi terroristici (questi sì) e più o meno velatamente golpisti che esalano da quella fetida carogna che ci ha portato – a suon di barzellette, sorrisi e ristoranti pieni – sull’orlo del baratro;

– a colui che rende giustificabile (quasi) ogni provvedimento del governo tecnico, visto che quest’ultimo è stato messo in piedi all’ultimo momento utile per porre un argine al malgoverno suo, dei suoi nani e delle sue ballerine;

– al demiurgo del partito che tende a vantare il maggior numero di assenti alle Camere quando si tratta di discutere e votare provvedimenti contro corruzione, evasione fiscale e altri mali endemici del Bel Paese e – tanto per citare l’ultimo episodio – a favore del dimezzamento del finanziamento pubblico ai partiti;

– ad un vile che non si è praticamente mai prestato ad un vero confronto con chicchessia (antagonista politico, intervistatore etc.), ma si beava soltanto di diffondere i suoi videomessaggi, di inondare le buche delle lettere del suo personale, mitopoietico fotoromanzo e di intrattenere il suo pubblico di compiacenti cortigiani ai congressi;

– alla tessera numero 1816 della loggia P2. E tanto basterebbe per ignorarlo, se non per assicurarlo alle patrie galere. E basterebbe replicare ad ogni sua sillaba «tessera numero 1816» per ricacciarlo nelle fogne da dove è venuto;

– ad un monomaniaco che da anni va blaterando di toghe rosse e di dittatura dei giudici di sinistra e che, se diventasse Presidente di quella Repubblica Presidenziale che auspica, si ritroverebbe a capo del Consiglio Superiore della Magistratura e sceglierebbe un terzo dei componenti della Corte Costituzionale (senza contare le altre prerogative che stuprerebbe occupando abusivamente quella carica, riportate nel Titolo II della Parte II della Costituzione). Certo, lui non si candiderebbe nemmeno, povera stella, a meno che qualche cortigiano (magari reso audace da un mutuo saldato anzitempo) non glielo chieda…e a coronare la scenetta strappalacrime ci si mette anche il cercato e finto (come tutto ciò che lo caratterizza e circonda) lapsus del suo delfino tonnato. Ma ricordiamo che sono stati altri i lapsus, questi sì, freudiani, che, in passato, ci hanno rivelato la pasta di questi personaggi;

– ad un padre-padrone indulgente e pronto a scusare le peggiori colpe del suo figlio-popolino perché le condivide, amplificate. E il figlio-popolino è già in gran parte pronto a rigettarsi tra le sue braccia, stanco della medicina amara che il dottor Monti si sforza di fargli ingoiare e che non dovrebbe assumere se il padre non l’avesse fatto ammalare incoraggiando i suoi vizi;

– ad un egotista rattristato dalla comparsa sulla scena di un Primo Ministro che, pur assai contestabile sotto altri aspetti, merita i complimenti per come si presta al confronto, per  l’energia che mette nello spiegare i suoi provvedimenti in vari contesti e non solo in quelli amici. E non è un caso forse che il narciso appassito di Arcore sia tornato a vomitare stronzate proprio dopo alcune prove in cui Monti ha coniugato una statura da statista ad una riuscita abilità nell’apparire in video, due campi dove il nostro si credeva er mejo. E non è un caso forse che voglia riprendersi la scena quando questa si sta affollando di nuovi (?!) capipopolo e discese in campo.

Se proprio non lo si può rendere inoffensivo (come lo sarebbe un qualsiasi privato cittadino che si fosse macchiato di un quarto delle sue malefatte), almeno che lo si ignori. E se era forte il sospetto che fosse effimera la gioia che davano immagini come il suo comizio alle sedie vuote e la sua eradicazione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ora se ne ha la tetra conferma.

E l’affannosa ricerca di una cieca coesione nazionale, che passa anche attraverso l’agitare lo spettro dell’incombente minaccia del terrorismo (il pericolo c’è e non va sottovalutato, ma qui pare si scherzi col fuoco e l’argomento è di quelli spinosi…), non può giustificare la risonanza concessa alle dichiarazioni di personaggi che in passato si sono rivelati autentici avvelenatori dei pozzi della democrazia e che, per giunta, escono trombati (una volta tanto senza contorno di soldi pubblici, statue di Priapo e tribunali) dalle elezioni regionali, espressione della tanto evocata società civile.

L’italiano diventerà mai cittadino e, quindi, animale politico a tutti gli effetti? Svilupperà mai gli anticorpi per i mali che martoriano la nostra democrazia? E riuscirà a svilupparli, se politici, giornalisti, opinionisti e quanti altri continueranno a dare tanta importanza alle uscite di simili soggetti, ricacciandoci sempre nel baratro del «Vota chi ti assicura panem et circenses e poi lascia fare a me»? Ghe pensi mi, appunto.

Scusate lo sfogo.

Vox clamantis in deserto
(il Bacino di Decantazione)

25 aprile: un ricordo della Resistenza attraverso le parole di Fenoglio

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Ci piace pensare al 25 aprile come un giorno di domande, più che di risposte, e di memoria, più che di commemorazioni pronte per ogni occasione. E di riflessione, anche, umile e onesta, su quei valori che troppo spesso diamo per scontati o, peggio, oltraggiamo con l’ignoranza e con l’indifferenza nei confronti di quel che è stato e che potrebbe ancora essere, dell’uomo e di quel che è capace l’uomo, nel bene come nel male. Il prezzo del potere e quello della libertà, nella loro tragica partita; il significato di dover uccidere un uomo e di alzarsi, la mattina, come se potesse essere l’ultima, sempre. La sospensione di ogni ordine, il rifiuto di ogni compromesso, la scelta e il senso del dovere, la ricerca di un senso individuale e collettivo.

La tragicità è l’aspetto a cui vorremmo dedicare un pensiero per celebrare, a modo nostro, questa giornata. Tragicità nel senso originario e pieno del termine: l’ineluttabilità del destino abbracciato con la propria scelta e l’ineluttabilità della scelta stessa, in un momento in cui diventa essenziale prendere una posizione e agire; l’assunzione in sé delle più laceranti contraddizioni, la consapevolezza dell’inevitabilità delle azioni che si commetteranno o di quelle che si subiranno e le loro ineludibili conseguenze. La coscienza dell’ambiguità di tutto e della necessità di sporcarsi le mani, perché la libertà e la pace non si ottengono aspettando che il destino giochi la sua partita senza chiamarci in causa. Senza il peso della tragedia, senza coscienza né rispetto della tragedia, è difficile poter sentire e apprezzare il significato della Liberazione.

Ed è per la tragicità scevra di ogni retorica e per la loro intensità che riportiamo qui di seguito alcuni brani dal Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, edizione critica a cura di Dante Isella, Einaudi), augurando a voi tutti un buon 25 aprile…

“Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto”.
(p. 52)

“Ma ricordati che senza morti, i loro ed i nostri, nulla avrebbe senso”.
(p. 122)

“Si voltò e si calò nel rittano, rabbrividendo al suo freddo buio ed acquatile, evitava le chiazze di neve e le pozze dell’acqua di sgelo, scostava le rame imminenti, il passo e la mente polarizzati su Murazzano. Non era importante l’ora in cui arrivarci. Stava facendo l’abitudine al doporischio-mortale, non avvertiva più, come sempre prima, quell’onda corsa elettrica, lunghissima, nella sua spina dorsale. E poteva pensare al Biondo in termini di perfetta, quieta naturalezza. – Era la sua fine. Prima o poi –. E allora la constatazione si riversò su di lui, gli si adattò come un anello d’acciaio. – Anche per me, sarà la mia fine. Altrimenti, che debbo pensare di me? È solo una questione di date”.
(p. 138)

“[…] – Ora ridiamo. Ridiamo troppo. Ma verrà fatalmente il momento che piangeremo. Se no è troppo facile, innaturalmente, astoricamente facile. Poi naturalmente tornerà il momento che rideremo, il grande ultimo riso. Ma io sarà di quelli che attraverseranno il grande pianto per approdare al grande riso?”.
(p. 199)

INTERVISTA 1 – ECONOMIA E DINTORNI: una riflessione sul momento attuale

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Come anticipato, stiamo cercando di ampliare il nostro punto di vista e di aprire discussioni su alcuni temi a partire da una riflessione sulla situazione attuale e sugli orizzonti che sembra aprire (e/o chiudere :)). L’intenzione è quella di poter mettere a confronto percezioni e interpretazioni diverse del momento storico che stiamo vivendo e delle sue possibili evoluzioni da parte soprattutto di giovani ‘osservatori’, studenti, laureati o occupati in vari campi, ma non soltanto, che ci aiuteranno a mettere in luce aspetti diversi e, magari, a fare un po’ più di chiarezza. Chiunque pensi di potersi offrire come volontario per rispondere alle nostre domande o volesse pubblicare un proprio articolo in merito e porre questioni a sua volta, può scriverci al nostro indirizzo di posta elettronica.

Apriamo qui di seguito con l’intervista economica, a cui ha gentilmente accettato di partecipare Claudio (laureato in Economia), che ringraziamo per il suo interessante contributo. Buona lettura!

INTERVISTA n. 1 – ECONOMIA E DINTORNI: una riflessione sul momento attuale

Risponde Claudio Campani, 27 anni, laureato presso la Facoltà di Economia
dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

1. Innanzitutto partiamo dalle fondamenta, e cioè da una breve definizione, e dalla differenza, tra finanza ed economia e dai rapporti fra le due sfere. In che modo dipendono l’una dall’altra?

Partiamo allora da qualche definizione: mentre l’economia è la scienza che studia l’allocazione di risorse limitate tra diversi soggetti, e più in particolare la produzione, lo scambio e il consumo di beni e servizi, la finanza studia l’allocazione di un bene molto particolare, e cioè il denaro (comprendendo anche titoli rappresentativi del denaro quali azioni, obbligazioni e altri strumenti). In pratica la finanza è una branca dell’economia che si occupa del finanziamento dei soggetti economici (imprese, famiglie… ma anche stati) e cioè non della loro efficienza dal punto di vista della loro attività principale (per un ristorante offrire buoni pasti ai loro clienti, per un imbianchino dei muri ben tinteggiati…) bensì della loro solvibilità finanziaria: avere i mezzi per acquistare beni e servizi necessari alla loro attività, e cosa non meno importante, essere in grado di ripagare i debiti. Le banche e gli operatori finanziari offrono anche la possibilità a quei soggetti che si trovano con un surplus di denaro di investirlo, allocandolo per un certo periodo di tempo ad un altro soggetto che in quel momento si trova ad averne necessità, devono quindi in teoria ottimizzare il mercato del denaro. Il ruolo della finanza come si può capire è molto importante da questo punto di vista, dato che anche l’economia reale viene influenzata pesantemente dalla gestione finanziaria. Un soggetto come ad esempio un’impresa molto efficiente nel suo campo, molto “brava” a produrre il bene che offre, può trovarsi in una situazione difficile dal punto di vista finanziario se non gestisce bene questo aspetto, se si trova in una situazione di scarsa liquidità, senza la possibilità di reperire mezzi finanziari i suoi creditori possono comunque fare istanza di fallimento, è quindi un aspetto da non sottovalutare, se si pensa che lo stesso discorso si può applicare agli stati (anche se va detto che è più difficile che accada, e che le protezioni sono maggiori) si capisce immediatamente quale importanza rivesta. Negli ultimi anni poi la finanza ha assunto un ruolo particolarmente importante, un esempio secondo me significativo è quello delle transazioni finanziarie: consideriamo il PIL mondiale, cioè il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un anno nel mondo, le transazioni finanziarie (cioè gli scambi di titoli rappresentativi di denaro che non producono però ricchezza di per sé) sono più di 70 volte questo valore, cioè in un anno si scambiano titoli per un valore più di 70 volte superiore al valore della ricchezza prodotta. Nel 1990, poco più di vent’anni fa, questo multiplo era di 15 volte.

2. È opinione comune che la crisi sia dovuta a una sopraffazione delle speculazioni finanziarie sull’economia reale. In quale misura, secondo te, le cause della crisi che stiamo vivendo sono davvero rintracciabili nella sfera della finanza e in quale dipendono da altri fattori? Credi che gli effetti di alcuni meccanismi si sarebbero potuti prevedere, ed evitare, o si tratta di tappe inevitabili dell’evoluzione del mercato, in rapporto anche alla globalizzazione?

Se per sopraffazione si intende imposizione del proprio potere e del proprio peso da parte del settore finanziario sugli altri questa è una situazione plausibile, non credo però che questo fatto di per sé sia la causa della crisi. È invece indubitabile che la crisi attuale sia stata avviata dai mercati finanziari. Certi titoli, e interi mercati, erano sopravvalutati nel senso che il loro valore complessivo era superiore a quello reale in termini di capacità di produrre utili, in buona parte anche a causa di titoli e prodotti finanziari che per loro natura tendono a esasperare il modo in cui viene loro attribuito un valore. Parlo naturalmente dei famosi titoli derivati che pur essendo riservati a operatori professionali venivano sotto varie forme “riciclati” e, dopo svariati passaggi, venivano venduti a consumatori che non erano in grado di valutarne l’effettivo rischio. Il meccanismo con cui certi prodotti sono percepiti, e molto spesso la possibilità di farne un uso diverso da quello per cui erano nati, porta per sua natura a investimenti che possono diventare molto rischiosi, alcuni hanno parlato di un vero e proprio “gioco d’azzardo”, con il risultato che la valutazione del mercato non rispecchia il reale valore di un titolo e che alcuni operatori possono essere tentati di usare prodotti che hanno uno scopo apparentemente innocuo per fare speculazioni molto pericolose. Il risultato è stata la cosiddetta “bolla”, una enorme supervalutazione del mercato (ci si ricorderà in particolare del mercato dei mutui per scopi immobiliari) che è esplosa mostrando la reale insostenibilità di quella situazione, con conseguenze e ripercussioni anche sull’economia reale dato che il fallimento di alcune importanti banche ha portato con sé anche altri soggetti che da esse dipendevano, oltre agli effetti diretti sui cittadini che detenevano parte di quei titoli.

Non solo credo che sarebbe stata prevedibile, la crisi era stata prevista, la situazione pericolosa era stata segnalata da un famoso economista del New York Times, poi premio Nobel, Paul Krugman per citare solo il più famoso. Credo che si sarebbe potuta evitare con regolamenti più stringenti sullo scambio di titoli “pericolosi”, tant’è che in seguito alla crisi sono stati varati regolamenti più stringenti, in particolare negli Stati Uniti, sullo scambio di questi titoli, e alcuni prodotti finanziari sono stati addirittura vietati. La regolamentazione sembra necessaria, pensiamo ad esempio che la famosa crisi del ‘29 era potenzialmente molto meno seria di quella attuale, in seguito alle regolamentazioni introdotte allora abbiamo sopportato una crisi molto seria, forse in seguito a questa saremo in grado di sopportare (o evitare) crisi future. Le oscillazioni, più o meno rilevanti, invece credo non possano essere evitate perché insite nel sistema.

Grafico tratto dal rapporto dell'Osservatorio europeo sulla sicurezza dedicato all'Insicurezza sociale ed econonmica in Italia e in Europa e realizzato da Demos e Oss. di Pavia per Fondazione Unipolis (report 1/2012, 8 marzo 2012, leggibile al link http://www.demos.it/2012/pdf/2161sicurezza_in_italia_e_<br />in_europa_rapporto_8_marzo_2012_def.pdf), p. 23.

Grafico tratto dal rapporto dell'Osservatorio europeo sulla sicurezza dedicato all'Insicurezza sociale ed economica in Italia e in Europa e realizzato da Demos e Oss. di Pavia per Fondazione Unipolis (report 1/2012, 8 marzo 2012, leggibile al link http://www.demos.it/2012/pdf/2161sicurezza_in_italia_e_
in_europa_rapporto_8_marzo_2012_def.pdf, p. 23).

3. Parliamo dell’Italia. Quanto la nostra crisi dipende da quella planetaria e quanto, invece, da una cattiva gestione interna e da patologie proprie del nostro sistema?

La crisi italiana dipende da quella mondiale principalmente dal fatto che è stata avviata da questa e dal fatto che le conseguenze di un mercato in crisi, specie se globalizzato, si ripercuotono necessariamente su tutte le economie che ne fanno parte. La crisi da questo punto di vista ha sottolineato e portato alla luce delle inefficienze che erano tipiche del sistema italiano. La crisi italiana è stata velocizzata da questi eventi, se non fossero stati presi provvedimenti, però, i problemi si sarebbero comunque visti nel giro di qualche anno. È abbastanza noto che l’Italia soffre da un punto di vista economico in quanto in una posizione di secondo piano, e che dipende dal punto di vista industriale da altri paesi che decidono come indirizzare il mercato. La situazione non è recente, da molti decenni il ruolo dell’Italia non è primario, non mi riferisco in questo caso al ruolo politico (o comunque non solo), la specializzazione industriale dell’Italia è spesso in beni che sono ausiliari ai beni prodotti da paesi come la Germania e il Regno Unito, mentre la dimensione media delle imprese italiane è da tempo medio-piccola. Dal punto di vista dell’efficienza e della stabilità dei conti poi l’Italia soffre principalmente di un esorbitante debito pubblico che rende difficile fare investimenti dato che buona parte della ricchezza prodotta serve a pagare perlomeno gli interessi. Il deficit (cioè la differenza tra i ricavi e le spese dello stato) negli ultimi anni è piuttosto elevato anch’esso, ma è una situazione comune agli altri stati europei e del periodo di recessione che stiamo affrontando. I due problemi strutturali più gravi dell’Italia secondo molti osservatori sono l’elevata evasione fiscale, che va a incidere direttamente sui conti sotto forma di minori entrate, e la corruzione, che causa perdite anche indirette dovute al fatto che il meccanismo di mercato non funziona in modo efficiente ma premia quelli che sfruttano questa debolezza, generando costi per l’intero sistema. Negli ultimi anni la lotta a questi due problemi non è stata particolarmente incisiva, con il risultato che c’è stato un incentivo per i soggetti meno onesti ad approfittare di questo, in quanto il segnale dato non è stato quello di un impegno per contrastarli.

Grafico tratto dal sondaggio realizzato da Demopolis (http://www.demopolis.it/, da cui è tratta l'immagine) per la puntata di Otto e mezzo del 13 febbraio 2012

4. I provvedimenti presi dai governi nazionali appaiono spesso in palese contrasto con l’idea di una crescita e di uno sviluppo equi e, agli occhi dei profani, alcune misure appaiono deliberatamente dannose, tanto da far sospettare un interesse di alcune categorie nella permanenza o nell’aggravamento della crisi per modificare o sovvertire le attuali democrazie e ridurre drasticamente lo stato sociale. È un’ipotesi assolutamente da escludere o anche a uno sguardo più competente in materia la situazione e le scelte operate destano perplessità in merito? A tuo avviso, ci sono segni che possono far pensare a una crisi in qualche modo cercata e mantenuta volontariamente?

Non mi pare un’ipotesi plausibile, non sono in grado di dire che sia assolutamente da escludere, tuttavia mi pare improbabile, o perlomeno non ho individuato azioni che abbiano deliberatamente questo scopo. Le riduzioni delle tutele dello stato sociale negli ultimi anni sono state effettivamente imponenti, questo però è iniziato proprio in un periodo di crescita economica, con le politiche di Margaret Thatcher e contemporaneamente di Ronald Reagan negli anni ‘80. Queste riforme sono spesso spinte da gruppi interessati ad aumentare il loro potere, riducendo le tutele (e più in generale l’intervento statale), ma di certo non sono interessati a mantenere una crisi che colpisce anche la loro capacità di fare profitti. Quello che noto è invece uno scarso interesse a risolvere la crisi da parte di alcuni governi nazionali, specie in Europa, quando invece l’Unione Europea era nata con altri presupposti. Alcuni governi, nello specifico quello tedesco, sembrano più interessati a mantenere una posizione dominante e soprattutto a non investire direttamente per risolvere problemi che sembrano non riguardarli. Del resto, è comprensibile che uno stato sostanzialmente virtuoso sia restio a investire risorse per problemi di cui è in minima parte responsabile. Il fatto di essere contrario a una soluzione come i famosi Eurobond, ai quali oltretutto dovrebbe partecipare in percentuale superiore a tutti, e senza avere nessuna garanzia dell’efficacia della misura non dovrebbe stupire, specie se si considera che i governi rispondono a un elettorato, e spesso considerano più gli aspetti politici di quelli razionali. È da dire che una crisi europea andrebbe a ripercuotersi anche sui paesi virtuosi, a prescindere dal loro coinvolgimento, e che quindi anche questi dovranno iniziare a studiare come affrontare seriamente la situazione.

5. Se ci fossero invece dati tali da far pensare che alcune categorie o gruppi sociali traggano benefici dietro al paravento della crisi, corrompendo il sistema di redistribuzione della ricchezza e giustificando scelte poco etiche, quali potrebbero essere secondo te gli strumenti in mano ai cittadini, lavoratori e consumatori, per opporsi a questo meccanismo (sempre che ce ne siano)? Alcuni grandi marchi sembrano essere palesemente orientati più all’accumulo di capitale da reinvestire che alla qualità del prodotto e alle condizioni di lavoro dei propri dipendenti, come nel caso della Omsa e delle tante aziende che delocalizzano per abbattere i costi di produzione. Il boicottaggio può essere una forma efficace di contestazione di questo sistema e di questa idea di impresa e di lavoro? I danni che può comportare nell’immediato ai singoli (riduzione della domanda con conseguenti nuovi licenziamenti, chiusura di punti vendita ecc.) possono essere ripagati da un ri-orientamento più democratico del mercato e dalla diffusione di un’idea più etica di impresa? Quali potrebbero essere, sul piano economico e a lungo termine, vantaggi e danni di un boicottaggio protratto di taluni marchi e prodotti?

Anche a prescindere dai problemi che citate il boicottaggio mi pare poco efficace a livello pratico, serve una coscienza collettiva molto ampia convinta della bontà della causa e soprattutto disposta a rinunciare a un beneficio per ottenere questo scopo, probabilmente la parte di popolazione disposta ad attuare un boicottaggio, specie se prolungato, non sarà particolarmente estesa, molto dipende anche dal tipo di comportamento scorretto che si vuole punire/correggere. Considerando però per ipotesi che il boicottaggio si possa fare in modo efficace gli svantaggi sarebbero probabilmente inferiori ai vantaggi, in particolare nel lungo periodo: se consideriamo un boicottaggio con motivazioni sociali, e in particolare per ottenere migliori condizioni di lavoro, si andrebbero sì a colpire anche gli stessi lavoratori che si intendeva tutelare, tuttavia è proprio il licenziamento di questi il problema principale, voglio dire che questo avverrebbe a prescindere dal boicottaggio. Inoltre se consideriamo le tutele sul lavoro come un valore caro a chi effettua il boicottaggio, e che questo è ricercato (nella nostra ipotesi è certamente così) si fa una scelta perfettamente legittima, in una condizione di libero mercato efficiente l’azienda non offre quello che i consumatori richiedono, ed è quindi inefficiente, l’eventuale fallimento per quanto possa sembrare un problema è inevitabile. È chiaro che questo era un caso di scuola… penso che la difficoltà sia nel mettere in pratica il boicottaggio poiché la partecipazione potrebbe essere insufficiente. Vorrei approfittare della domanda per parlare di un argomento che ho approfondito in occasione della tesi: in particolare mi interessavano i temi di Societal Marketing e di Green Marketing, cioè il marketing (ci tengo a ricordare che marketing non significa pubblicità dato che è un equivoco che ho sentito spesso, ma sostanzialmente “le tecniche per soddisfare al meglio i bisogni dei consumatori”) che soddisfa bisogni etici, sociali e ambientali, per fare un esempio Transfair e Rainforest Alliance sono due marchi conosciuti, ma anche associazioni come Libera lavorano in questo campo. Una delle cose interessanti emerse dalla ricerca è che due fattori sono particolarmente importanti perché i consumatori richiedano un “contenuto etico” nei beni, è necessario che questo contenuto sia scarso (e questo è un problema: perché i consumatori richiedano tutela dell’ambiente deve esserci una cattiva situazione ambientale, perché chiedano contenuti etici deve esserci sfruttamento del lavoro), oltre a ciò la richiesta di questi contenuti aumenta all’aumentare del livello culturale/sociale: più i consumatori sono istruiti e di livello sociale alto (non parlo di ricchezza) più saranno interessati ai contenuti etici del bene. A mio parere anche in questo caso l’unica soluzione è investire in istruzione, cultura e campagne di sensibilizzazione verso i temi ambientali/etici, così da accrescere la parte di popolazione interessata, consentendo loro di fare scelte più consapevoli.

6. Gli investimenti del denaro pubblico nei vari settori sono forse il campo in cui maggiormente le aspettative dei contribuenti sono disattese e in cui i concetti di sovranità popolare e di democrazia si rivelano in tutto il loro carattere ‘simbolico’, più che effettivo. Si è parlato molto, ad esempio, del fatto che col costo di uno dei novanta caccia F35 che ci siamo impegnati ad acquistare si potrebbero fare investimenti significativi in settori cruciali della vita quotidiana del paese, come l’istruzione, la messa in sicurezza del territorio, la conservazione e valorizzazione dei nostri malandati beni culturali ecc., tanto più in un momento di crisi, in cui cominciamo tutti a toccare con mano i risultati dei tagli alla spesa pubblica (maggiori informazioni qui e qui). Si tratta, peraltro, di scelte che incoraggerebbero la crescita e che, almeno agli occhi dei profani, dovrebbero essere le priorità in un momento di crisi. In questo, come in altri casi di portata davvero generale e di effettiva ed evidente rilevanza per la collettività, sarebbe possibile pensare come ultimo strumento spendibile a uno sciopero fiscale generale (ad esempio, non pagando in massa le tasse universitarie finché non vengono sbloccati i finanziamenti per il diritto allo studio e per i servizi offerti degli atenei) mirato a richiedere investimenti quanto più condivisi e trasparenti del denaro pubblico? Un modo per richiamare l’attenzione su quelle che sono le vere esigenze della collettività e anche per esprimere indignazione circa le oscure vie che troppo spesso prendono i soldi dei contribuenti e la mancata corrispondenza fra elevata pressione fiscale e qualità dei servizi. Dal punto di vista economico, quali potrebbero essere i risultati e quali i rischi sul breve e sul lungo termine di una tale forma di ‘sciopero’? Vedi altre possibili forme di contestazione non violenta e costruttiva della gestione economica del Paese?

Effettivamente un ripensamento di investimenti come quelli che suggerite sarebbe forse auspicabile, pur essendo una politica “una tantum” contribuirebbe a dare un po’ di respiro e sarebbe anche un segnale. Immagino comunque che il motivo per cui non è possibile sia legato agli accordi con i paesi coinvolti e ai rapporti di potere che ha’Italia con essi. Non posso condividere l’idea dello sciopero fiscale, in parte perché mi ricorda un atteggiamento già visto anche da parte di personaggi di precedenti governi, in ogni caso comunque non credo che la soluzione possa essere privare il già malandato sistema universitario italiano di ulteriori fondi, l’investimento in ricerca in Italia è già tra i più bassi al mondo, inferiore all’1% del PIL, e uno sciopero del genere andrebbe nel breve periodo a minare ulteriormente il livello del servizio offerto, ma non credo che nel lungo periodo possa dare gli effetti sperati, in fondo i primi a essere danneggiati sarebbero innanzitutto studenti e ricerca. Non credo di saper dare ricette purtroppo, credo che comunque, dato che il classico sciopero ultimamente mi pare dare scarsi risultati, a causa spesso della bassa partecipazione (non so se nel caso degli insegnanti la situazione possa essere più ottimista), tuttavia credo che le classiche manifestazioni siano l’unica possibilità in questo caso, e non credo che debba preoccupare il fatto che non ci sia una maggioranza di studenti compatta in questo caso, i grandi cambiamenti sono sempre venuti da minoranze organizzate più che dalle maggioranze, ovviamente quando la maggioranza era a favore. Consiglierei poi di evitare di astenersi dal voto con la motivazione che “tanto sono tutti uguali”, alla fine dello scrutinio una percentuale del 40% di votanti o una dell’80% agli effetti pratici sono la stessa cosa, può sembrare ovvio ma per quanto possa preoccupare una situazione di elevato astensionismo non genera effetti pratici. Consiglierei poi di evitare anche scelte come il “voto utile”, il nostro voto dovrebbe rispecchiare la nostra opinione, inoltre un singolo voto non cambia il risultato delle elezioni, quindi evitiamo di votare un partito solo perché è abbastanza grande da contrastare quello che sembra un pericolo, prendiamoci il lusso di votare quello che reputiamo il migliore. Purtroppo non so dare soluzioni definitive, tenete conto che sono solo idee/opinioni.

7. Fioccano le battute sui giovani “sfigati”, “bamboccioni”, “mammoni”, frutto di superficiali generalizzazioni; noi laureati delle facoltà umanistiche, in particolare, abbiamo sempre di più l’impressione di essere considerati dei laureati di ‘serie B’ rispetto a quelli in ambito scientifico, tecnico ed economico, e siamo portati a pensare che coi vostri titoli si trovi molto più facilmente un buon lavoro. Ma, da laureato in Economia, credi che il tuo titolo ti abbia effettivamente facilitato nell’ingresso nel mondo del lavoro e, in generale, senti di avere maggiori opportunità rispetto ai laureati in discipline umanistiche? Pensi che l’ateneo che hai frequentato curi in modo adeguato i contatti col mondo del lavoro e metta gli studenti nelle condizioni di  trovare una collocazione professionale dopo la laurea? Dalla tua esperienza o da testimonianze di altri coetanei, ti risulta che esista un dialogo fra le istituzioni locali e nazionali e le facoltà di Economia, con la possibilità per gli studenti di partecipare a discussioni e progetti di pubblico interesse e di proporre le proprie idee? Se sì, hai partecipato a progetti che vorresti citare come particolarmente costruttivi?

Io per il momento non sto lavorando nel settore per cui ho studiato, posso però dire che la mia facoltà cerca di facilitare il contatto col mondo del lavoro, inizialmente cercando di sviluppare un metodo già all’interno dei corsi, ad esempio promuovendo progetti al posto dei tradizionali esami, inoltre con il classico stage di fine corso e con un ufficio stage che mette in contatto studenti e aziende anche al di fuori del corso di laurea (non è tanto ma è un primo passo). Io in particolare ho fatto due stage, organizzati dalla facoltà (uno all’interno del corso di laurea e l’altro in seguito). Esiste certamente un dialogo tra le istituzioni e le facoltà di economia, così come tra le facoltà e le aziende; nel caso di Modena sicuramente la collaborazione è rilevante e si vede, forse però la domanda sottintendeva una collaborazione diretta tra studenti e istituzioni, questo in effetti avviene in misura minore probabilmente. Una cosa preoccupante e che forse non amiamo sentirci dire è che al momento in Italia non c’è una forte necessità di laureati, almeno per il momento, anche se pochi riconoscono questo problema e la politica preferisce evitare l’argomento, la verità è che siamo un Paese specializzato in produzioni tradizionali, nelle quali non è richiesta una particolare specializzazione, quindi i laureati, che sono pochi rispetto alla media Europea, sono probabilmente già troppi per il sistema produttivo italiano. Ci sono certamente delle eccellenze che richiedono una preparazione approfondita, ma per la maggior parte c’è domanda di manodopera poco specializzata. Dovremmo forse rassegnarci e accettare che lo studio superiore sia una merce inutile? Al contrario, credo che se non si insiste a investire per un’istruzione di qualità non potremo riconvertire questo modello verso uno incentrato sulla qualità del nostro sistema produttivo, non possiamo cioè, a mio parere,  continuare su un modello a basso valore aggiunto in quanto non saremo in grado di sostenere la concorrenza di Paesi molto più robusti da questo punto di vista.

8. Etica ed economia. Studiando in una facoltà di Economia, hai avuto l’impressione che l’università sensibilizzi adeguatamente anche sull’aspetto etico del ‘mestiere’? Se sì, attraverso quali attività? Reputi che la formazione, in questo senso, possa svolgere un ruolo chiave nella ricerca di modelli economici equi e sostenibili e come prevenzione di nuove crisi planetarie?

La mia facoltà da questo punto di vista ha una storia un po’ particolare, non so quindi se posso riferire la mi esperienza come rappresentativa dell’università italiana. La facoltà è nata alla fine degli anni ‘60 attorno a un gruppo di intellettuali ed economisti dalle idee molto chiare, le cui posizioni erano note, per cercare di sviluppare un’analisi economica anche da punti di vista alternativi a quelli imperanti fino ad allora. La storia della facoltà si è poi sviluppata lungo varie direttive ma rimane comunque un forte elemento di pluralità di idee, per cui credo che anche se non esistono attività specifiche per sensibilizzare verso l’aspetto etico del mestiere (dei vari mestieri, della vita?) questo venga comunque “assorbito”, come spirito critico e come abitudine a guardare il mondo sotto diversi punti di vista, sarebbe forse anche un po’ strano prevedere delle attività specifiche per indirizzare gli studenti e cercare di imporgli una morale. Naturalmente dipende molto dai singoli sviluppare un senso etico che può essere molto diverso a prescindere da un corso di laurea e legato molto alle esperienze individuali, si potrebbe anche discutere molto sul significato di etica e morale ma forse si scivola nella filosofia. In generale comunque credo che la mia facoltà permetta di valutare tanti aspetti legati all’economia e di sviluppare un senso critico, non so se avviene lo stesso nelle altre facoltà, come dicevo quello di Modena è un caso particolare.

9. Da giovane laureato in Economia, come vedi le misure prese per ora dal governo tecnico per scongiurare il ‘baratro’? Quali sono state, secondo te, le decisioni più apprezzabili e dove, invece, reputi si possa intervenire diversamente? Se il governo interpellasse i giovani laureati in Economia alla ricerca di nuove idee per la crescita, quali sarebbero le tue proposte più urgenti?

Penso che la cosa più positiva del governo Monti sia il fatto stesso di esistere, intendo dire che il fatto di aver riportato un po’ di credibilità, dopo una situazione oggettivamente imbarazzante abbia contribuito non poco anche a riportare fiducia negli investitori internazionali. Detto questo, non ho apprezzato particolarmente le scelte di questo governo, a parte alcune piccole liberalizzazioni, sicuramente positive ma di scarso impatto (tassisti, farmacie… campo peraltro già riformato dall’ultimo governo Prodi) e altre piccole modifiche “tecniche” come la limitazione della circolazione del contante (più utile di quel che sembra per contrastare l’evasione); ho apprezzato l’atteggiamento diverso verso l’evasione. Se è vero che le operazioni della guardia di finanza che abbiamo visto recentemente possono sembrare ispirate da spirito propagandistico sono però anche un evidente simbolo della diversa ottica del governo, anche se la decisione di effettuare determinati controlli non deriva direttamente dal ministero ma dalla guardia di finanza stessa, è evidente che le azioni sono state eseguite in quanto la copertura data dal governo era più chiara, si è passati da un periodo in cui l’evasione non era considerato un problema a un altro dove evidentemente è più chiara l’intenzione di contrastare il problema. Questo ha un ruolo fondamentale anche per quanto riguarda il disincentivo da parte dei potenziali evasori, che sapendo che rischieranno di essere puniti evaderanno in misura e in numero minori. Le cose più positive quindi sono legate più che altro alla credibilità e maggior serietà del governo, non penso invece che riforme come quella delle pensioni, tra l’altro così punitiva, siano la scelta migliore in un momento in cui la disoccupazione giovanile è così elevata, una misura del genere aumenta ulteriormente il numero di disoccupati sia nel breve sia nel lungo periodo, mentre credo che si sarebbe dovuto insistere su altre misure. Due mosse a mio parere fondamentali riguardano il contrasto all’evasione fiscale, come ho detto fino ad ora (anche con misure una tantum come la ritassazione dei famosi capitali scudati, cosa che peraltro andrebbe accompagnata dall’identificazione degli evasori per rendere efficace la misura anche per il futuro), sia con investimenti mirati sul contrasto, per rendere il recupero strutturale, in misura analoga si dovrebbe combattere la corruzione, che non genera solo costi diretti, ma anche inefficienze di mercato che causano peggiori prodotti e servizi (quando non vere proprie tragedie, specie nel campo delle infrastrutture) che si ripercuotono su tutti i cittadini. Voglio inoltre ricordare che dal ‘99 l’Italia non recepisce la Convenzione penale europea del 1999 sulla corruzione, un caso in cui sarebbe il caso di dire “ce lo chiede l’Europa”. Un altro problema è inoltre l’eccessiva burocrazia, che effettivamente in Italia frena pesantemente la crescita, credo che informatizzare alcune procedure ed eliminare figure che in altri paesi sono addirittura inesistenti sarebbero mosse utili da questo punto di vista. Consideriamo poi che i recuperi legati a questi tre campi sarebbero strutturali, perché continui nel tempo, per ogni anno a venire.

La carta, che illustra il livello di corruzione percepita nei vari stati del mondo nel 2011, è elaborata da Transparency International (http://www.transparency.org/) ed è consultabile qui: http://cpi.transparency.org/cpi2011/results/.

La carta, che illustra il livello di corruzione percepita nei vari stati del mondo nel 2011, è elaborata da Transparency International (http://www.transparency.org/) ed è consultabile qui: http://cpi.transparency.org/cpi2011/results/.

10. Che cosa serve all’impresa italiana per riprendersi dalla crisi, favorire nuove assunzioni e tornare ad esportare prodotti di qualità in tutto il mondo? Su quali valori puntare e quali interventi sarebbero necessari? Qual è il tuo punto di vista rispetto al dibattito sull’articolo 18?

Come ho detto anche prima, credo che sia fondamentale puntare su prodotti/servizi di qualità, non abbiamo certo la possibilità di specializzarci (più di quanto non siamo già ora) su produzioni a medio/basso costo. A mio parere dovremmo sforzarci di puntare su un export di questo tipo e quindi ancora una volta investire in ricerca e istruzione. I risultati non si vedono immediatamente ma è l’unica via, già adesso vediamo che realtà di eccellenza riescono comunque a imporsi nel mondo, all’interno di un paese in difficoltà emergono comunque delle aziende e delle persone che si fanno valere. Lo stesso Mario Draghi, per restare nel mio campo, è a capo della BCE, e proviene da realtà di eccellenza nel campo quali le università (pubbliche!!!) di Trento e di Padova (la stessa Modena è regolarmente nei primi tre posti delle classifiche delle migliori facoltà di economia italiane per qualità dell’insegnamento e della ricerca). Credo che se si vuole investire nel futuro un settore fondamentale sia quello dell’istruzione e della cultura, intesa più in generale naturalmente, non solo come ricerca scientifica, la capacità di pensare in modo creativo è fondamentale nei settori ad alto valore aggiunto, molto più che in quelli dove la qualità è bassa e la produzione è standardizzata/di massa. Credo che la questione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori sia un falso problema: quella del governo, che ora sembra essere stata riformulata in modo rilevante, sembrava più che altro una scelta politica, rappresentativa della volontà di favorire un certo tipo di categorie; credo che certamente non sia una priorità del paese eliminare tutele per i lavoratori allo scopo di attirare investimenti esteri. Quello che si faceva era in realtà modificare i rapporti di potere: se è vero che le cause sono ogni anno piuttosto ridotte in numero è anche vero che la tutela è un disincentivo a comportamenti scorretti, toglierla non porterebbe probabilmente a numerosi licenziamenti, ma piuttosto a un’arma molto forte di imposizione da parte delle aziende, limitando in modo indiretto anche altri diritti dei lavoratori e diventando una possibile arma di “ricatto”: i lavoratori infatti avrebbero il timore di essere licenziati in qualunque momento. In realtà le aziende estere intenzionate a investire in Italia non sono spaventate da norme a tutela dei lavoratori che esistono (a volte più stringenti) anche nel loro paese, le loro preoccupazioni principali, e i disincentivi che li bloccano sono piuttosto la corruzione la burocrazia e la criminalità organizzata, non certo la difficoltà a licenziare. A meno che non vogliamo competere sul basso costo del lavoro come vantaggio competitivo con paesi come la Cina, il che oltre a essere indesiderabile è semplicemente ridicolo.

Mario Draghi, attualmente a capo della BCE

Mario Draghi, attualmente a capo della BCE - foto presa dal web

11. Infine, una previsione. Come vedi il futuro prossimo dell’Italia e dell’Europa? In quale direzione sembrano portarci le scelte operate in questi tempi di crisi? Pensi che, a livello globale, sarà sempre di più la finanza a condizionare le scelte politiche e sociali? Oppure la crisi è un’occasione positiva per mettere in discussione vecchi sistemi e concetti e ripensare i nostri valori e il nostro stile di vita in modo da trarne beneficio per noi e per l’ambiente?

A meno di cambiamenti epocali l’andamento si sviluppa solitamente per cicli, anche per quanto riguarda i valori condivisi. Si è passati da un periodo che è andato dagli anni ‘50 fino agli anni ‘80 in cui a prevalere erano le teorie dello stato sociale e quelle keynesiane, seguito da un periodo di durata simile improntato invece sul più totale liberismo. Ora che sembra che  anche il modello liberista abbia fatto il suo tempo si tornerà probabilmente ad un’ottica più incentrata sulle persone e sulla regolamentazione, certamente in un modo completamente diverso da quello visto finora. Non è facile fare previsioni, credo comunque che la necessità porti a sviluppare creatività e voglia di reagire, se la crisi non è un’opportunità dobbiamo farla diventare tale, lo sviluppo sostenibile che citate mi pare già una strada percorribile positiva, e mi sembra che l’opinione pubblica sia sempre più orientata in questo senso, quindi sono costretto a essere ottimista, anche perché non vedo altre possibilità. Mi sembra di vedere dei cambiamenti rilevanti comunque, specie nell’atteggiamento, una maggiore partecipazione e la fine ingloriosa di partiti, leader e apparati che fino a un paio di anni fa sembravano inossidabili: mai avremmo potuto pensare a quello che sarebbe accaduto in così poco tempo, eppure gli stessi simboli e i volti di un periodo che sembrava assurdo e che ha contribuito così tanto alla gravità della nostra situazione attuale sembrano ormai roba vecchia, la cosa importante piuttosto sarà quella di non considerarci immuni, e di stare molto attenti perché certe cose non si ripetano. Fino a qualche decennio fa si cresceva con il mito del consumo, oggi chi non fa la raccolta differenziata viene (giustamente) considerato un troglodita, non possiamo fare previsioni attendibili; a chi gli chiedeva previsioni Keynes rispondeva che “nel lungo periodo saremo tutti morti”, proprio per affermare che non possiamo prevedere quello che avverrà. A parte la battuta però, nonostante la situazione attuale preoccupante io sarei ottimista perché la storia si è sempre sviluppata in direzioni totalmente inaspettate rispetto alle condizioni di partenza, non possiamo sapere come si risolverà la situazione ma possiamo stare certi che ci stupirà, se tra qualche anno andremo a ripensare alla fotografia di adesso saremo molto stupiti di come si sarà evoluta la situazione e di quanto imprevedibile potesse essere tale evoluzione. Già il fatto di ragionarci sopra, comunque, è un buon segno.

[Intervista realizzata via e-mail. Sottolineature dell’intervistato, grassetti e scelta delle immagini nostri.]

Questo fine settimana al cinema…!

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Corri al cinematografo più vicino,
non perdere le due pellicole in uscita questo fine settimana!

Locandina parodia della Lega "il figlio del Bossi" con Renzo Bossi e altri

"il Figlio del Bossi" - fotomontaggio a cura di Giulio Cesare (foto prese dal web)

Locandida parodia della Lega "La passione di Rosy" con Rosy Mauro

"La passione di Rosy" - fotomontaggio a cura di Giulio Cesare (foto prese dal web)

Prediligerai il grande affresco familiare e l’azione di quella che si preannuncia una pietra miliare della cinematografia dedicata a gangster e criminali d’onore o il drammone a tinte fosche che conferma come dietro ogni grande cosc…ahem!, partito ci sia sempre una grande donna? O ti sparerai i due capolavori uno dopo l’altro (tanto ormai, visti i nostri telegiornali, cose del genere ti fanno un baffo!)?!
In ogni caso, buona visione!

😈

Quale resistenza ai tempi della guerra invisibile?

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Dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Occidente non ha mai cessato di essere in guerra, spostando e frammentando semplicemente il suo campo di battaglia in scenari più lontani e complessi (il Vietnam, le guerre del Golfo, l’Afghanistan, di recente la Libia) o spingendo il conflitto su fronti invisibili (la guerra fredda, l’imperialismo e, ora, l’egemonia della finanza su economia e politica, con l’emergere di nuove questioni geo-politiche). I vecchi conflitti fra singole nazioni o alleanze hanno lasciato spazio a una guerra sovrannazionale, che si dichiara e si porta avanti al di sopra degli stessi Stati sovrani. Una delle guerre che stiamo vivendo in questo momento, di portata globale, è, a nostro avviso, quella mossa da un mercato tracotante che, sottraendosi con virulenza a qualsiasi regola gli venga imposta, pretende di scrollarsi, insieme alle catene che ne frenavano l’impeto omicida, anche tutte le sovranità nazionali, a cui da mesi, se non di più, ha cominciato a dichiarare più scopertamente guerra.

È il mercato finanziario a decidere quale capo di stato arabo vada bene e fino a che punto vada bene ed è conveniente armarlo e sostenerlo e da che punto in poi, invece, si può concedere alla sua popolazione di farlo fuori, magari con una spintarella, con un incoraggiamento negato in anni di indifferenza e di opportunismo. Tutto nel giro di poche settimane, senza preoccuparsi di ciò che avverrà in seguito, se non degli aspetti più squisitamente economici; ribaltamenti disorientanti nella piena applicazione della legge del Gattopardo: bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale. Si sposta con violenza il baricentro affinché si possa mantenere l’equilibrio. È il mercato finanziario a decidere se è conveniente o meno ‘esportare la democrazia’ in un paese che attraversa grandi tensioni, endogene o strategicamente esogene. Ed è sempre il mercato a stabilire i limiti di credibilità di un pagliaccio incredibilmente longevo al potere e a chiudere un occhio di fronte ai suoi conflitti di interesse e al monopolio dell’informazione, anche quando questi danneggiano un paese della tanto progredita Unione Europea. È ancora il mercato, freddo, sfrenato, razionale, a decidere della ‘virtuosità’ di un paese in base al suo bilancio e alla rendita dei titoli di stato (virtù: forse il termine più degradato in questi nostri tempi di fretta e barbarie); è il mercato a imporre ultimatum e punizioni. E a colpi di ultimatum (proclamati dagli sciacalli delle agenzie di rating, che maledicono le nazioni ‘infette’ evocando contro di loro lo spettro del fallimento) e di punizioni, lasciate attuare da governi di ragionieri, va consumandosi un’invasione planetaria da parte di potenze invisibili e, apparentemente, inattaccabili, che vorrebbero imporre la propria visione della vita e la propria scala di valori e di priorità a tutto il mondo. È chiaro, però, che non conviene spolpare la bestia troppo in fretta, che occorre, anzi, fare un investimento sulla sua agonia per assicurarsi rendite a lungo termine e magari anche la sua anima, in svendita insieme ai beni pubblici. Ecco allora che gli sciacalli somministrano il proprio antidoto, garanzia di indebitamenti coatti attraverso i quali le potenze finanziarie stanno attuando una delle più ambiziose opere di colonizzazione mai concepite: sottrarre a poco a poco, cavalcando lo spauracchio della crisi e della globalizzazione, pezzi di sovranità nazionale e popolare, beni e servizi pubblici, risorse naturali (energie rinnovabili e non) e umane, queste ultime fiaccate strategicamente per costringerle ad accettare qualsiasi compromesso e ricatto, all’insegna della terzomondizzazione dei diritti dei cittadini e dei lavoratori (si pensi alla Grecia, o ai referendum imposti dalla Fiat insieme alla discriminazione degli iscritti alla Fiom).

In presenza della classe dirigente più misera e grigia che l’Europa abbia avuto dal dopoguerra, quest’opera di colonizzazione, anche se speriamo di sbagliarci, sembra aver preso un’accelerata tale da farci intravedere, forse, la vera ‘apocalisse’ degli appassionati del 2012: la fine delle democrazie occidentali così come ci eravamo abituati a conoscerle (fino a darle colpevolmente per scontate), coi loro pregi e coi loro difetti, con il loro immenso potenziale di sviluppo e miglioramento. Dopotutto, se siamo arrivati a questo punto, è forse perché ce lo siamo meritato, tutti. Noi cittadini, ad aver dato tanti diritti e altrettanti principi per acquisiti e inviolabili, lasciandoci sedurre a cederne piccoli pezzi dietro a promesse di guadagno facile e di gaudente spensieratezza (cioè la riduzione della nostra libertà di scelta ed espressione alla sfera dei consumi). E la classe dirigente, indegna del proprio compito, lontana anni luce dalla realtà che dovrebbe interpretare e rappresentare; una classe dirigente fiacca, impreparata, anemica, opportunista e disumanizzata, trasformatasi ormai in ancella ossequiosa delle banche e dei giocatori d’azzardo della Borsa.

Ma, per tornare al punto di partenza, se questo è lo scenario di ‘guerra’ in cui siamo precipitati, e se si gioca principalmente in campo finanziario, economico e politico, quali potrebbero essere nella situazione attuale le armi in pugno dei cittadini per opporre una propria resistenza all’occupazione e alla violenza nelle sue tante, sofisticate forme e per difendere, sempre che ce ne si reputi degni e in grado di gestirla proficuamente, una parvenza di democrazia?

Per provare a capirlo, e per dare spazio a voci diverse, ci proponiamo di discuterne nelle prossime settimane con persone specializzande/specializzate/esperte nei diversi ambiti ricollegabili a questo tema (economia, scienze politiche, mondo del lavoro ecc.). Se interessati a contribuire in base alle vostre competenze e/o esperienze, non esitate a contattarci per saperne di più!

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)

Teknokrati night

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Il Bacino di Decantazione è lieto di invitarvi alla serata più ganza della Capitale:

Vignetta "Teknokrati" di Giulio Cesare

Per leggere a tuo agio il programmone della "TEKNOKRATI NIGHT", ingrandisci l'immagine cliccandoci sopra!

L’espressione stare sotto cassa non è mai stata così vera!

Concedetevi almeno una notte di evasione totale!

myspace matrix graphics - http://www.matrixtext.com

Giulio Cesare
(il Bacino di Decantazione)

Ma quando arriva il giovedì?

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«Il posto fisso è monotono»
Mario Monti

«Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare […] Questo vorrebbe dire fare promesse facili, dare illusioni»
Elsa Fornero

«Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà»
Anna Maria Cancellieri

Locandina del film Il giovedì di Dino Risi, 1963, con Walter Chiari

foto presa dal web

A vedere un film come Il giovedì (D. Risi, 1963; e altri coevi) ci si accorge di quanto l’Italia  sia caduta in basso più che tornata indietro. Su questo film si possono fare tante riflessioni; mi piacerebbe proporne una, forse non la prima né la più importante, che ispira questa piccola perla del nostro grande cinema. Se nel 1963 il quarantenne Nino, che scappa dalla stabilità e dalla fissità (sul lavoro e in famiglia) e preferisce rincorrere improbabili occasioni di ricchezza immediata, facendosi nel frattempo mantenere dalla compagna col posto fisso e passando di quando in quando a battere cassa e a scroccare telefonate dalla madre (sempre indulgente col suo bambinone), era una figura eccentrica, impegnata a non far finire i suoi sogni di Peter Pan, oggi si moltiplicano i Nino non per scelta o vocazione ma per obbligo, adulti più o meno giovani costretti a prolungare un’infanzia fatta di paghette e di sogni di soldi facili. E così ci scopriamo ad ascoltare con invidia Elsa, la compagna di Nino che prende 180.000 lire al mese, dire alla sua squattrinata metà che in ufficio c’è un posto anche per lui: 65.000 lire al mese «per cominciare, una volta che ti sei fatto conoscere ti daranno un aumento». Nino in un primo momento rifiuta in nome della sua libertà, mentre se offrissero oggi a noi una cosa del genere, ci sembrerebbe che ci stiano offrendo la Luna: un posto fisso dove col tempo lo stipendio aumenta a noi che siamo abituati a essere precari con paghe da fame e che col tempo, al massimo, veniamo sbattuti fuori?! Le vicende di una giornata fuori dall’ordinario porteranno alla fine anche Nino ad accettare l’offerta d’impiego e a tornarsene dall’Isola che non c’è in una scena di metaforico ingresso nell’età adulta di rara bellezza.

E a noi, che magari scalpitiamo per farlo, quando sarà dato di salire le scale dando fondo alle castagnole? Anni di precariato ci hanno reso forse un po’ fantozziani, vediamo il miraggio del posto fisso, magari in ufficio, come una prospettiva faraonica. Intendiamoci, guardiamo comunque con tanta simpatia questo guascone dalla battuta pronta che non si decide a mettere la testa a posto; ma se un tempo se ne sorrideva consapevoli della numerose occasioni, coglibili o meno, che permettevano di conseguire quella sicurezza che fa rima con indipendenza, oggi il riso è quello amaro dei tanti colleghi per forza di Nino, che non hanno neppure la stoffa del velleitario e che vedono intorno a sé una realtà spietata, che non prevede un posto per loro che non sia quello dello schiavo del terzo millennio, ricattabile, con la vita scandita da entità esterne che se ne fregano di orologi biologici, scelte, sogni, desideri, aspirazioni e ambizioni. Le grandi organizzazioni che sovrastano l’individuo, dai governi nazionali alle istituzioni europee agli organi internazionali, continuano a nascondersi dietro il paravento della flessibilità, un paravento che tanfa da lontano, che puzza di ricatto, di autonomia frustrata, di clientelismo.

Vox clamantis in deserto
(il Bacino di Decantazione)

Trova la parola! – Traduzioni e proposte per angloprestiti superflui

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Sulla scorta dell’articolo sull’angliano pubblicato recentemente, vi proponiamo un gioco alla riscoperta della nostra lingua!

Dimostriamo che la nostra lingua è viva e produttiva in tutte le sue possibili sfumature e che non siamo un branco di debosciati che si appiattiscono su ciò che cade loro dall’alto (come ci stanno educando sempre di più a fare, anche attraverso una lingua globalizzata, globalizzante, spersonalizzante e fumosa, vacua e anonima…). Cerchiamo di ricordarci come si dicono alcune cose nella nostra lingua e sbizzarriamoci a trovare (o a inventare) corrispettivi nostrani degli abusati termini inglesi, magari proponendo appellativi e nomi scherzosi sfornati nel nostro idioletto e usati in famiglia e con gli amici.

Ecco i primi di un elenco aperto al contributo di chiunque fosse appassionato alla causa…

DESK: ma ci va tanto a dire sportello o banco?

MANAGER: perché ci accontentiamo sempre più spesso di una parola generica quando potremmo di volta in volta sapere se ci si riferisce a una persona in qualità di direttore, di datore di lavoro, di coordinatore di progetto, di responsabile di un reparto / di un’operazione ecc…. ?

PREMIER: l’economia della parola si può apprezzare in una società ermetica, meditativa e silenziosa. Una società che si perde sempre più in ciance e che riesce a trasformare tutto in fiumi di cicaleccio attraverso tutti i mezzi possibili non può usare la scusa che “capo del governo” e “primo ministro” siano definizioni troppo lunghe!

COMPETITOR: avversario suona troppo plebeo? Antagonista è troppo minaccioso? Concorrente fa troppo telequiz? Ridicolo quasi quanto la MISSION di aziende, aziendine e azienducole lanciatissime nel villaggio globbbale.

KNOW-HOW: perché quest’imbarbarimento al posto di un più chiaro “competenze” o “conoscenze”? Conoscenze specifiche? Competenze tecniche?…

NEWS: non posso credere che notizie sia davvero così faticoso da pronunciare!

WELFARE: parole per ammantare di efficienza e avanguardia istituzioni pubbliche onerose e per procurare poltrone ad alleati politici senza fornire troppe giustificazioni. Secondo voi “stato sociale” non potrebbe andare bene? Ma, forse, a giudicare dai fatti il “welfare” ha più a che fare col benessere di chi dovrebbe spendersi a garantirlo che col ‘vecchio’ stato sociale… e il cambio di nome, e di lingua, segue forse il venire meno di questa realtà che stiamo perdendo senza scomporci più di tanto.

SCANNERIZZARE: scansionare?

CONVENTION  e MEETING: amiamo fare le cose in grande: riunione, assemblea, convegno, congresso, incontro, appuntamento, conferenza ecc. ecc. proprio non ci bastavano! (o forse non sappiamo più quando usare l’una, quando usare l’altra? Ecco un’altra funzione degli anglicismi a sproposito: usare un termine vago e polivalente per aggirare l’ostacolo della scelta appropriata in italiano!).

BOARDING: imbarco non fa abbastanza ‘figo’? O ci ricorda forse i viaggi della speranza via mare?

SNACK: spuntino è così simpatico, morbido, affettuoso, e poi ha il sapore dello strappo alla regola, evoca subito la pausa leccorniosa, mentre l’omologo inglese suona molto più rude e sbrigativo; insomma, se il nostro rende così bene l’idea, perché lasciarlo ammuffire?

CAR/BIKE SHARING: Vi invito a trovare formule equivalenti in italiano. In francese, ad esempio, hanno coniato “covoiturage” per indicare la condivisione del mezzo (in questo caso l’auto) fra più persone che, per motivi diversi, si trovano a dover percorrere regolarmente lo stesso tragitto, contribuendo così a ridurre inquinamento, traffico e consumo di carburante. 

GOVERNANCE: altro termine oscuro ai più che è diventato come il prezzemolo nei nostri telegiornali e dibattiti televisivi (i cosiddetti talk show, lo spettacolo della chiacchiere a vanvera). Ma perché, a seconda dei casi, non potrebbero andare bene governo, dominio, controllo, direzione, potere d’azione ecc.?

DEADLINE: Odiosissimo! Puzza di intellettualoide snob e suona come un’affettazione di professionalità. E poi, mi spieghino perché scadenza o termine di consegna non andrebbero bene!

FEEDBACK: riscontro, risposta, reazione ci fanno sentire troppo semplicioni e provinciali, vero?

ESCORT: una volta avevamo le prostitute d’alto bordo, le puttane di lusso. E dire che, a seconda dei servizi prestati e/o dell’implicazione sentimentale, ci sarebbero anche l’accompagnatrice, l’intrattenitrice e l’amante.

MADE IN: non avete scuse, “fatto in” richiede lo stesso dispendio di fiato.

FILM-MAKER: una giovane generazione che non osa definirsi di “registi”; forse l’idea fa tremare anche loro. Meglio dirlo in inglese: suona più lontano, più leggero, più vago…

AUDIENCE: ascolti? Pubblico?

EDITOR: tanto per gettare ancora un po’ di scompiglio nel mondo dell’editoria e per confondere i ruoli. In inglese, per inciso, l’editor è il redattore in ambito giornalistico e il curatore in ambito editoriale. L’editore è invece “PUBLISHER”.

JET SET: ormai di vecchia data e legato a un certo immaginario dei tempi che furono, è vero, ma come negare il maggior potere evocativo del “bel mondo” o dell’ “alta società”?

PRIVACY: riservatezza, tutela della riservatezza.

 

Infine, vi propongo un paio di neologismi pensati un po’ per gioco un po’ per sfida in seguito a un accesso di insofferenza per la passività con cui ci appiattiamo su termini inglesi per indicare le nuove tecnologie.

1. SMARTPHONE

Pensando e ripensandoci tra il serio e il faceto, abbiamo tirato fuori diverse soluzioni. Di seguito quelle sopravvissute a una severissima selezione, a cui vi invitiamo a contribuire o fra le quali potete scegliere la vostra preferita:

intellifonino: calco dell’omologo inglese.

multifonino: attenzione incentrata sulle multifunzionalità dell’aggeggio.

e infine… il neologismo di cui andiamo più fieri (avrete capito che abbiamo a cuore anche il rinvigorimento e la salvaguardia del diminutivo!):

pantelino: parola composta di pan (dal greco, ‘tutto’, in riferimento alla multifunzionalità con ambizioni di esaustività),  tel (radice greca, ‘a distanza’) e ino (stesso suffisso di ‘telefonino’, per indicare le dimensioni e la tascabilità).

Aspettiamo commenti e contributi su un papabile equivalente nostrano da diffondere fra i parlanti 🙂

2. BLOG

Innegabilmente ‘blog’ ha suono amichevole e molto figurativo. Non so a voi, ma a me fa venire in mente una nuvoletta, come quella dei fumetti, per contenere i pensieri. E poi è rapido, proprio come il passaggio dei lettori sul blog (non tanto come i nostri ingordi articoloni :)). E però, se proprio volessimo italianizzare anche questa parolina, ci  è venuto in mente l’altrettanto immediato DIPU, acronimo di ‘diario pubblico’… ma siamo coscienti del fatto che ci sono pazienti molto più urgenti da rianimare del leggiadro ‘blog’!

ma bohème
(il Bacino di Decantazione)